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L’attentato in Tagikistan, dove quattro ciclisti occidentali hanno perso la vita nel distretto di Danghara, 150 chilometri a suddella capitale Dusanbe, è un episodio che non va sottovalutato. L’attacco è stato compiuto con un assalto in auto mentre i ciclisti, due americani, uno svizzero e un olandese, percorrevano una strada di campagna. Ma dietro questo assalto, c’è qualcosa di più profondo. E sono diverse le ragioni che rendono questo episodio qualcosa di più in un singolo tragico evento da derubricare nella cronaca di tutti i giorni.

L’accusa all’Iran e le rivendicazioni dell’Isis

L’attentato è stato rivendicato dallo Stato islamico. Ma nelle ore immediatamente successive all’attacco le cose non erano affatto così chiare. E dalla polizia tagika sono arrivate accuse molto diverse. Le autorità di Dusanbe avevano infatti parlato prima del Partito del rinascimento islamico (Iprt), messo al bando del governo. Poi, le accuse sono state rivolte all’Iran.

Le accuse nascono da un arresto, quello di Hussein Abdusamadov, 33enne ritenuto il capo della cellula che ucciso i quattro turisti. Nome di spicco del partito messo a bando nel 2015, secondo quanto riferito dalla polizia il terrorista avrebbe confessato di essersi recato quattro volte in Iran per addestrarsi. Voci poi messe a tacere o quantomeno minimizzate dopo la rivendicazione dell’Isis, arrivata alcune ore dopo. 

In questo passaggio temporale, qualcosa non torna. Daesh ha pubblicato sul sito della sua rivista ufficiale, Amaq, il video in cui gli assalitori giurano fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi scandendo in russo le parole con cui promettono fedeltà al Califfato. Eppure, nonostante il video, la rivendicazione viene negata, ancora, dalle autorità locali che continuano a cercare la pista del partito d’opposizione. Ma la responsabilità dell’attacco è stata negata dal leader del partito, da tempo in esilio.

Lo Stato islamico in Tagikistan

Governato da Emomali Rahmon dalla caduta dell’Unione sovietica, il Tagikistan è un Paese sottovalutato da un punto di vista geopolitico, ma che questo attentato riporta al centro dell’interesse internazionale. Il motivo è da ricercare principalmente nel suo essere confinante con l’Afghanistan, Paese fulcro delle strategia dello jihadismo asiatico e degli interessi delle potenze internazionali. Ma c’è anche un importante fattore dovuto all’antica influenza di Mosca, risalente ai tempi sovietici, e alla vicinanza spaziale con la Cina.

Il governo di Dusanbe si trova al centro fra una superpotenza emergente come quella cinese, una potenza che difende il suo cortile di casa asiatico come la Russia, e un Paese dove il terrorismo islamico si confronta da più di 16 anni con le forze internazionali e americane. 

La frontiera con l’Afghanistan è chiaramente fondamentale. E qui, i rischi per la popolazione e per la stabilità del Tagikistan sono molto alti. Infiltrazioni di elementi terroristi si uniscono al tema del narcotraffico e alle organizzazioni criminali che lo gestiscono. A questo, si aggiunge anche un altro pericolo, che è quello dell’espansione dell’islamismo radicale in uno Stato a stragrande maggioranza di fede musulmana.

I foreign fighters tagiki e la Russia

Sotto questo profilo, non va sottovalutato che il Tagikistan ha subito un fenomeno di partenze verso la Siria e altri territori (sicuramente Afghanistan e forse Pakistan) per unirsi al terrorismo. C’è chi parla di migliaia di foreign fighters. Forse le cifre sono sovrastimate anche dalle autorità locali per imprimere ancora di più la repressione sulle opposizioni islamiche radicali. Gruppi di analisti hanno ridotto la cifra ad alcun centinaia, considerando che sono circia 2mila i terroristi che hanno raggiunto il Medio Oriente proveniente dalle ex Repubbliche socialiste dell’Asia centrale.

Tuttavia questo non ne minimizza l’importanza. Come scrivemmo su questa testata, l’International Center for Counter-Terrorism ha dichiarato che “il numero degli attentatori suicidi di cittadinanza tagika coinvolti in attacchi terroristici in tutto il mondo, nel 2016, sono stati ben 27: il numero più alto fra tutti i Paesi a maggioranza islamica”.Non va dimenticato inoltre che tra questi combattenti tagiki, uno, Gulmurod Salimovich Khalimov, era diventato ministro della guerra dello Stato islamico in Siria e Iraq dopo la morte di  Abu Omar al-Shishani, tra l’altro a sua volta di origine cecena. 

Khalimov, ex comandante dei reparti speciali della polizia tagika, giurò fedeltà all’Isis nel 2015, diventando in breve tempo il capo militare di Daesh in tutto il Siraq. Un’ascesa repentina terminata proprio con l’intervento russo. A settembre del 2017, il ministero della Difesa di Mosca confermò la morte del ministro dell’Isis dopo un attacco aereo contro le forze jihadiste vicino Deir Ezzor.

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