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1.168 è un numero che negli uffici del Sinn Fein difficilmente potrà essere dimenticato. È stato questo numero, infatti, a dividere il partito repubblicano (e nazionalista) da una storica vittoria alle elezioni in Irlanda del Nord, e a separarli dall’altrettanto storico sorpasso sul partito unionista del premier uscente Arlene Foster. Se sono stati però pochi così voti a togliere l’agognata ed insperata vittoria al movimento, il rovescio della medaglia è che adesso, ad urne chiuse, il rapporto di forza tra il DUP e il Sinn Fein è radicalmente mutato e comporta un cambiamento sensibile nella politica dell’Ulster che non può non aprire una serie di analisi sul presente e sul futuro non solo della regione ma dello stesso Regno Unito.In primis, occorrerà partire da un dato fondamentale: il governo dovrà per forza essere condiviso fra i due partiti come da sempre dopo gli Accordi del Venerdì Santo. Non soltanto, quindi, le stesse urne non hanno assegnato una maggioranza reale ad un partito, posto che il DUP, Democratic Unionist Party, ha ottenuto uno striminzito 28% buono solo per poter dire di essere ancora il primo partito in Irlanda del Nord, ma è la stessa forma di governo della regione a non permettere una presa del potere di una sola fazione politica, onde evitare ricadute del conflitto fra unionisti e nazionalisti.A questo dato di partenza, bisogna aggiungerne un altro, che è una vera e propria spada di Damocle inserita negli Accordi, ovvero quello per il quale, in caso di mancato accordo di governo fra le forze politiche nordirlandesi nel giro di tre settimane dal voto, Londra ha il pieno diritto di governare direttamente sulla regione sospendendo de facto gli organi rappresentativi nordirlandesi. È chiaro che questa “sospensione democratica” comporterebbe rischi enormi per entrambi gli schieramenti, poiché, se per gli Unionisti equivarrebbe a consegnare il potere al governo centrale e quindi ammettere di non poter governare nella propria regione nonostante la vittoria oggi come nella precedente tornata elettorale, per il Sinn Fein il non giungere ad un accordo di governo con i rivali del DUP comporterebbe la perdita di un risultato strico per il partito e la fine di ogni velleità di poter condurre da uno scranno più elevato le proprie battaglie.E sono proprio le battaglie politiche del Sinn Fein ad essere da una parte il motivo dell’exploit del partito, ma dall’altro lato ciò che rende difficoltoso il raggiungimento di un accordo di governo in tempi brevi. I nazionalisti hanno infatti puntato tutto su una campagna elettorale dinamica, vigorosa, che ha puntato tutto sulla volontà di apparire come unico partito di poter dare voce a tutto il popolo dell’Ulster, principalmente puntando il dito sul rapporto con Londra e l’Europa dopo Brexit. In questo senso, non poche sono state le affinità fra il programma di Michelle O’Neill, giovane candidata del Sinn Fein, e le proposte di Nicola Sturgeon in Scozia, per chiedere accordi separati fra le regioni del Regno Unito e l’Unione Europea, onde evitare l’uscita drammatica dal mercato comune europeo. Altro punto nevralgico della campagna nazionalista, è stata la questione del confine con la Repubblica d’Irlanda, che potrebbe presto tornare ad essere non più una frontiera tra due nazioni europee, ma un confine fra l’Europa ed uno Stato terzo.Tutto ciò ha condotto molto spesso il Sinn Fein a parlare apertamente di un referendum per chiedere al popolo dell’Ulster di scegliere se separarsi da Londra e ripensare a un’unione con Dublino: una proposta che Eire non ha preso sottogamba tanto da essere stato oggetto di discussione fra il premier Kenny e Juncker in un recente incontro a Bruxelles sul futuro dell’Europa dopo Brexit. Da parte unionista, il referendum  stato chiaramente paventato come il vero spauracchio del voto a favore del Sinn Fein, tanto che la leader e premier uscente Foster ha definito questa possibilità come un vero disastro ed una minaccia per l’Irlanda del Nord e per tutto il Regno Unito. Brexit è stato effettivamente il campo su cui si è giocata la sfida elettorale fra i due poli. Il Sinn Fein lo ha utilizzato spesso come base su cui aprire il dibattito per la riunificazione con l’Irlanda, visto che ma maggioranza dell’Ulster ha votato contro. Il DUP, d’altro lato, ha appoggiato l’uscita del Regno Unito dall’Europa e ha visto in Arlene Foster una delle maggiori seguaci della linea più dura e intransigente.Questa scelta ha fatto perdere molti consensi al governo uscente, ma ha anche inciso notevolmente sulla divisione intercorrente fra nazionalisti ed unionisti, così come fra cattolici e protestanti. Una divisione non solo culturale ma,  questo punto, anche sulla stessa idea riguardo il futuro dell’Irlanda del Nord, motivo per cui, a Londra, molti sperano che si giunga ad un accordo di governo per evitare che il Sinn Fein cavalchi l’onda di dissenso e chieda, una volta lasciato fuori dalle stanze del potere, il tanto temuto e minacciato referendum per la riunificazione con Dublino.

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