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Politica /

In Iraq si teme il ritorno delle spose bambine. I partiti sciiti iracheni, che dominano il sistema politico del governo, vogliono abbassare l’età del consenso da 18 a 9 anni per le ragazze.

Si tratta di un nuovo disegno di legge proposto dal “Coordination Framework”, la coalizione politica irachena composta da partiti e gruppi sciiti allineati con il vicino Iran. Tra i membri principali ci sono lo Stato di Diritto (guidato da Nouri al-Maliki), l’Organizzazione Badr, il gruppo paramilitare e politico Asa’ib Ahl al-Haq e la Fatah Alliance, la coalizione di partiti scitti filoiraniani.

Il disegno di legge, che ha superato la prima e la seconda lettura in parlamento, andrebbe a modificare una delle riforme più progressiste che il Paese abbia mai incontrato: la Personal Status Law.

Conosciuta anche come Legge 188, la normativa laica è stata emanata nel 1959 e prevede la regolamentazione di questioni familiari come il matrimonio, il divorzio, la custodia dei figli e l’eredità.

Viene definita all’avanguardia perché fu un primo tentativo di unificare il diritto familiare sotto un codice unico, garantendo quindi una maggiore protezione e diritti per donne e minori. Furono diverse le disposizioni introdotte, tra cui l’età minima per il matrimonio fissata a 18 anni, la limitazione alla poligamia e l’obbligo di contrarre il matrimonio davanti ad un giudice, rendendo illegali le unioni al di fuori dei tribunali.

Il primo ostacolo che incontrò la Legge 188 risale a quando venne introdotta la Costituzione, nel 2005. Infatti, l’Articolo 41 introdusse la libertà di seguire leggi personali in base alla religione, alle credenze o alle scelte di ogni individuo.

Tuttavia, l’articolo in questione non distolse i gruppi più conservatori dal perseguire l’obiettivo di una maggiore conformità alle interpretazioni specifiche della Sharia.

Nel 2014 e nel 2017 sono stati proposti emendamenti simili a quello odierno, ma non hanno mai visto la luce a causa delle proteste eseguite a livello nazionale. Oggi, tutto questo rischia di prendere una piega più estrema.

La prima lettura si è svolta il 4 agosto 2024, mentre un primo tentativo di seconda lettura, in data 3 settembre, è stato boicottato da alcuni parlamentari contrari al disegno di legge. Il 16 settembre invece, è avvenuta la seconda lettura, senza alcuna raccomandazione o modifica proposta dagli oppositori. Infine, il 17 settembre, la Corte Suprema Federale irachena ha stabilito che gli emendamenti erano in linea con la Costituzione.

A differenza degli scorsi tentativi, questa volta la coalizione favorevole ha una maggioranza più estesa. “Siamo più vicini che mai” ha dichiarato al Telegraph Renad Mansour, ricercatore universitario del think thank britannico Chatham House.

Cosa cambierebbe con la nuova legge?

L’età del matrimonio – e quindi del consenso –, verrebbe abbassata a 9 anni, rendendo così legali quelli che fino ad ora erano considerati “matrimoni infantili”. Secondo un report dell’Unicef, il 28% delle donne irachene si è sposato per la prima volta prima dei 18 anni, mentre il 7% di queste donne si è sposato prima dei 15 anni.

A differenza della vicina Arabia Saudita, l’Iraq non dispone di un sistema di tutela che richieda alle donne di ottenere il permesso di un marito, padre o tutore per prendere decisioni importanti come quella del matrimonio. Questo significa che, se la legge dovesse passare, sarebbero direttamente gli imam a prendere le decisioni sulle questioni familiari.

La paura è che il governo iracheno possa essere sostituito da un “Guardianship of the Jurist”, un sistema sciita che pone il governo religioso al di sopra dello stato, peraltro presente in Afghanistan e in Iran, sotto la guida del leader supremo Khamenei.

Da agosto, le strade di Baghdad e di altre città del Paese sono state protagoniste di proteste da parte di attiviste femministe. In particolare, la più nota è la Coalizione 188, il cui nome è simbolo della salvaguardia della legge sullo status personale.

«L’Iraq è uno stato civilizzato e non potrebbe essere altrimenti. La prima ministra donna nei Paesi arabi era irachena e la prima giudice donna era irachena», affermano le portavoce della coalizione femminista. Le critiche principali si concentrerebbero sul fatto che abbassare l’età per il matrimonio violerebbe norme internazionali sui diritti dell’infanzia, come la Convenzione sui diritti del bambino dell’ONU, di cui l’Iraq è firmatario.

Ora è atteso il voto in parlamento, che deve ottenere la maggioranza per procedere all’approvazione presidenziale.

«Aspiriamo al progresso, non al regresso», conclude la coalizione.

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