Iraq, si deve scegliere il Presidente ma, come al solito, la confusione è totale

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Il Parlamento iracheno deve riunirsi oggi per eleggere il nuovo Presidente, ma fino all’ultimo momento non si saprà se l’appuntamento sarà rispettato o se le profonde divisioni etniche, religiose e politiche costringeranno i leader politici e i partiti a nuove trattative e intrighi di corridoio, mandando almeno provvisoriamente a monte la lunga procedura che sovrintende al rinnovo delle cariche istituzionali. Dopo le elezioni parlamentari (che si sono svolte l’11 novembre del 2025), è stato nominato il nuovo presidente del Parlamento (nella persona di Haibet al-Halbousi, leader del Partito del progresso e musulmano sunnita), che ha convocato le elezioni presidenziali di oggi, da cui dovrebbe uscire un Presidente curdo che a sua volta dovrebbe nominare un premier sciita. È la muhasasa, la via irachena alla spartizione dei poteri su base confessionale che fa sì che le tre massime cariche, strettamente legate tra loro, formino una specie di unico pacchetto. E infatti l’incertezza anche di queste ultime ore è legata alla terza nomina, quella del primo ministro, che, non ancora concordata, blocca retrospettivamente anche quella del Presidente che dovrebbe indicarla. Paradossale, ma è l’Iraq..

Il leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP, piazzatosi secondo alle elezioni del novembre scorso), Masoud Barzani, ha dichiarato che non procederà ad alcuna azione costituzionale prima che venga scelto il candidato alla carica di primo ministro. Il KDP e la coalizione Stato di Diritto (prima alle elezioni), guidata da Nouri al-Maliki, hanno annunciato il boicottaggio dell’elezione presidenziale. Dietro il boicottaggio si cela uno scambio tattico: Maliki avrebbe promesso di sostenere un presidente del KDP in cambio del sostegno del KDP alla sua futura candidatura a primo ministro. Sarebbe il suo terzo mandato e, nel caso, supererebbe anche una specie di “veto” morbido espresso nei mesi scorsi da Donald Trump.

Diversi blocchi politici hanno invece confermato la partecipazione: prima fra tutti la Coalizione per la Ricostruzione e lo Sviluppo guidata dal primo ministro uscente Al-Sudani (che si batte per mantenere l’ incarico contro la sfida di Maliki), l’Alleanza delle Forze dello Stato-Nazione guidata da Ammar al-Hakim, il Blocco Al-Sadiqoun guidato da Qais Khazali, leader sanzionato della Rete Khazali, il Movimento Babilonia guidato da Rayan al-Kildani, leader sanzionato delle Brigate Babilonia, e Taqaddum guidato dall’influente leader sunnita Mohamed Al-Halbousi, il quale ha recentemente descritto la passata esperienza dell’Iraq con Maliki come “amara” e ha manifestato la sua opposizione al ritorno di Maliki.

Le divisioni tra i curdi

Anche tra i raggruppamenti curdi c’è molto “movimento”. Il Movimento Curdo Nuova Generazione, il Movimento Curdo per la Posizione Nazionale, l’Unione Islamica del Kurdistan e il Gruppo per la Giustizia del Kurdistan hanno annunciato la partecipazione l voto del Parlamento per il presidente, con una mossa che, più ch a sbloccare l’ingorgo istituzionale, sembra tesa a sfidare il tradizionale duopolio KDP-PUK (Unione patriottica del Kurdistan) in un momento in cui i rapporti tra i due principali partiti curdi sono ai minimi storici. È infatti saltato il vecchio e neppur tanto tacito accordo per cui al PUK andava la Presidenza della Repubblica e al KDB il controllo di Erbil, la maggiore città del Kurdistan iracheno. Alle ultime elezioni (segnate, tra l’altro, da un’ampia partecipazione al voto, il 56% contro il 41% della tornata precedente, nonostante il boicottaggio lanciata dal movimento sciita di Moqtada al-Sadr) il KDP ha ottenuto 27 seggi contro i 15 del PUK e ora pretende la Presidenza. Ovviamente, il PUK non vuole nemmeno sentirne parlare.

Le spaccature si ripercuotono, com’è ovvio, anche al vertice dello Stato. Il vicepresidente del Parlamento del PDK, Farhad Atroushi, si è opposto a che si vada al voto, parlando di una “la mancanza di consenso nazionale”. La speranza sua e dei parti inclini al boicottaggio sta nel cosiddetto “blocco di un terzo”: con oltre 110 parlamentari assenti, non si raggiungerà il quorum dei due terzi, pari a 220 membri su 329, impedendo legalmente l’inizio della sessione. Ma il presidente del Parlamento, Haibat al-Halbousi, è andato contro il proprio vice e ha invitato i leader politici a partecipare al voto, annunciando che pubblicherà i nomi dei parlamentari assenti e dei blocchi che impediranno ai propri membri di votare: una disperata tattica di “denuncia pubblica” per fare pressione sui singoli parlamentari affinché si discostino dalle linee di partito.

Sulla grande confusione generale è infine calato il monito del presidente della Corte Suprema Faiq Zaidan, che ha avvertito tutti che la mancata applicazione dei testi costituzionali mette la magistratura in una “situazione critica”, trasformando la Costituzione in un “testo teorico” e portando a ricorrenti crisi politiche che minano il prestigio e lo sviluppo dello Stato. Dietro quell’avvertimento, in realtà, si cela una minaccia: se il Parlamento non è in grado di svolgere il proprio compito, la Corte Suprema potrebbe dichiararlo negligente e ordinarne lo scioglimento, portando il Paese a nuove elezioni. Un’ipotesi che la maggior parte dei parlamentari in carica desidera disperatamente evitare.