(Baghdad) Nessun Paese ha sofferto come ha sofferto l’Iraq. Quarant’anni di guerra non si cancellano facilmente dalla memoria collettiva di un intero popolo che per la prima volta, dopo la caduta dello Stato islamico, forse, potrebbe finalmente rialzare il capo. Baghdad accoglie i suoi visitatori nel traffico, tra checkpoint e controlli di sicurezza, sullo sfondo dell’Eufrate che taglia in due la città e col rumore delle esplosioni in lontananza che il giorno seguente diventano notizie scolpite sui giornali nazionali. Eppure dentro la Green Zone, l’area di dieci chilometri quadrati collocata nel cuore di Baghdad che oggi è diventata la roccaforte delle diplomazie e dei palazzi governativi, non si sente nulla. Lì si vive in una prigione a cielo aperto, tagliati fuori dal Paese, dove i 4×4 blindati sfrecciano sui vialoni deserti tagliati dai gabbiotti militari, tra ristoranti e alberghi frequentati soltanto da non iracheni. Chi non vedi mai in giro però, tantomeno nella “Zona Verde”, sono gli americani. Pare che militari e personale di ambasciata – la più grande al mondo con una facciata di almeno un 800 metri di lunghezza – non si affaccino mai fuori da quelle mura alte tre metri. Eppure la loro presenza, a vedere dagli elicotteri che decollano e atterrano in continuazione dall’eliporto interno, è massiccia. Si dice che i posti letto in questa mega-struttura siano qualche decina di migliaia.

Accanto ai titoli sugli attentati, che a volte in realtà sono soltanto regolamenti interni di conti legati alla criminalità, in cima al notiziario c’è il dibattito sul nuovo governo in fase di formazione. Se è vero che il conflitto a bassa intensità resta una costante del territorio, il processo politico di rappresentanza continua ad andare avanti, a singhiozzo, ma gli sforzi ci sono tutti. Le elezioni di maggio 2018, col conseguente riconteggio dovuto alle accuse per frode insieme all’insorgere di proteste di massa a Bassora contro la corruzione, hanno tuttavia portato alle nomine di Adil Abdul Mahdi e di Barham Salih, rispettivamente primo ministro e presidente della Repubblica d’Iraq, grazie alla conferma della Commissione elettorale.

Salih, di recente in visita anche in Italia, come Mahdi, vengono entrambi percepiti sia da Washington che Teheran, come figure di compromesso e inclini a promuovere il dialogo tra i vari partiti politici iracheni, avendo ricevuto il supporto sia della Coalizione Sairoon di al Sadr che dell’Alleanza Fatah di al Ameri, senza contare quello delle Nazioni Unite e della comunità internazionale.

Ora tocca però a Muqtada Sadr, leader della coalizione sciita al Sairoon, sostenuto dal Partito Comunista e vincitore di questa tornata, in collaborazione con l’ex ministro Hadi El Ameri, capo dell’Alleanza Fatah, arrivata invece in seconda posizione e con cui forma la maggioranza dei seggi del Parlamento, a dover sbloccare una situazione intricata che vede nominare e decadere tutta una serie di ministri considerati troppo legati al vecchio sistema politico (ne mancherebbero ancora due, Difesa e Interni, per chiudere la formazione del nuovo governo). Nessuno prima delle elezioni si aspettava così. Quell’uomo mite, col turbante nero e il volto giovane è riuscito a strutturare una lista con candidati slegati da qualsiasi logica tradizionale di partito e a pronunciare parole molto severe in campagna elettorale contro la corruzione endemica che attanaglia il Paese. Così Sadr ha poi sfruttato il fatto di essere membro di una delle famiglie più radicate, connesse e 28importanti della regione. Muqtada è figlio dell’ayatollah Mohammad Sadeq al Sadr, assassinato nel 1999 durante l’amministrazione Saddam Hussein, e cugino di Musa Sadr, una delle personalità più influenti della storia contemporanea legata allo Sciismo politico, nato a Qom (Iran), e catapultato in Libano per volontà dall’Ayatollah Al Hakim, il più anziano del clero di Najaf, col compito di riunificare la comunità sciita nel Paese dei Cedri e riportarla al centro della scena politica e sociale. Non a caso appena scoppiò la guerra civile nel 1975 riuscì a fondare Harakat al Mahrumin (Movimento dei diseredati) che progressivamente lasciò spazio ad Amal (Speranza), organizzazione politico-militare da cui nacque Hezbollah (Partito di Dio). Dietro al nome della famiglia Sadr dunque esiste un vero e proprio networking regionale e trans-nazionale che collega l’intero universo sciita dal Libano all’Iran passando dalla Siria e appunto anche dall’Iraq. Muqtada, forte della sua appartenenza “tribale”, è riuscito pertanto a conciliare una posizione politica fortemente nazionalista ostile a qualsiasi interferenza negli equilibri interni del Paese. A questo si aggiunge un passato da predicatore e guerriero. Nelle settimane successive all’invasione americana nel 2003, diede vita all’esercito del Mahdi, per lottare contro l’occupazione con attacchi mirati ad obiettivi militari della Coalizione occidentale, e di recente ha anche usato toni incendiari anche contro l’ingerenza iraniana negli affari politici iracheni.

A Baghdad, non lontano dalla “Green zone”, abbiamo incontrato nella sua abitazione, Jafar al Mussawi, portavoce di Muqtada Sadr, nonché chief prosecutor della Commissione giuridica che allora condannò a morte Saddam Hussein. “Muqtada Sadr è una persona serena, calma, che ascolta molto, soprattutto i suoi consiglieri – racconta in esclusiva per Gli Occhi della Guerra – lo conosco da diverso tempo, iniziammo a collaborare dopo la morte di Saddam Hussein, e oggi ci vediamo una o due volte a settimana per organizzare il lavoro. Lui è sempre con la penna in mano a prendere appunti, ma la cosa incredibile è la sua memoria, si ricorda tutto. Chiunque sia la persona di fronte a lui, povera o ricca, cittadino comune o meno, la affronta con la stessa calma e serietà”.

Muqtada Sadr, 44 anni, si è promesso di rompere con l’establishment del passato e affrontare i problemi reali del Paese senza filtri ideologici. La ricetta politica sembra quella di un tecno-populismo applicato ad una società in cui l’etno-confessionalismo torna sempre ad essere fattore di divisione. “L’Iraq è di tutti, cristiani, sciti, musulmani, yazidi, assiri, arabi e curdi, non esistono minoranze nel nostro Paese, siamo iracheni prima di tutto”, sottolinea Jafar al Mussawi. Non a caso nel programma di Sairoon le priorità sono il sistema delle infrastrutture, la lotta alla corruzione, la gestione del rientro degli sfollati interni ed esterni, la crisi idrica, infine, l’indipendenza nazionale. “Non è importante la vittoria elettorale, quello che conta per lui è la volontà popolare e il fatto che la sua voce venga ascoltata – spiega a Gli Occhi della Guerra il portavoce di Muqtada Sadr – mancano le infrastrutture primarie, manca l’acqua, l’elettricità, il lavoro, guarda la situazione a Bassora che è una delle regioni più ricche del Paese per via del petrolio! La gente protesta, queste sono le prime cose che faremo. Non sarà un governo politico ma concreto. In questo rappresentiamo la rottura con il passato, metteremo fine alla corruzione, perché i ladri sono nei partiti tradizionali. Molti ministri indicati sono stati squalificati perché troppo legati alla politica tradizionale, dobbiamo investire sulla gente del popolo, professionisti, scienziati, persone appartenenti alla società civile”.

Non a caso il Grande Ayatollah Ali al Sistani, guida politica e religiosa dell’Iraq, aveva invitato nel suo sermone del 4 maggio il popolo iracheno a non dare il proprio supporto a gruppi politici “che sono stati al potere in passato” e il cui operato si era macchiato di corruzione e sprechi di fondi pubblici. E successivamente, durante i sollevamenti di quest’estate proprio a Bassora, si era schierato dalla parte dei manifestanti criticando la classe dirigente irachena di mettere gli interessi personali e dei partiti di fronte a quelli del Paese ed intimandoli a formare al più presto un governo. “L’Ayatollah al Sistani non è contro di noi – ribadisce Al Mussawi – semplicemente ci osserva da lontano, approva e disapprova le nostre decisioni, nell’interesse nazionale”. Gli sciiti in Iraq, pur essendo la confessione maggioritaria e non rappresentando un blocco monolitico, sembrano aver superato definitivamente quella marginalizzazione legata agli anni dell’egemonia “baathista”. Ora con Muqtada Sadr, e il ritorno dei sermoni religiosi di Al Sistani, gli sciiti sono tornati alla ribalta e si stanno riprendendo tutto quello che gli era stato levato.

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