Proseguono le manifestazioni e, contestualmente, proseguono le tensioni in tutto il paese dilaniato da una guerra all’Isis mai terminata e, da una settimana a questa parte, anche dalla crisi politica generata dalle dimissioni del premier Mahdi. Difficile capire la direzione che l’Iraq sta prendendo, sia a livello interno che sotto il profilo internazionale. L’unica cosa certa è che l’instabilità attuale potrebbe compromettere ulteriormente la già delicata situazione economica, oltre che vanificare gli sforzi anti Isis degli ultimi anni.

Nuovo assalto al consolato iraniano di Najaf

Le dimissioni del premier Mahdi, come prevedibile, non hanno attenuato le tensioni e né tanto meno hanno scalfito l’umore dei manifestanti. Questi ultimi da mesi chiedono il totale ricambio della classe politica locale, accusata di corruzione e di non aver saputo dare risposte significative in termini economici. Ma ciò che più sta emergendo in queste ore, riguarda ancora una volta l’insofferenza nei confronti dell’Iran. E questo è l’elemento che inquieta maggiormente Teheran, paese presente in Iraq soprattutto dalla caduta di Saddam Hussein e che dal 2003 in poi ha supportato molti partiti sciiti oltre che le milizie anti Isis. Una presenza che divide lo stesso mondo sciita iracheno: c’è chi la vede sotto un’ottica positiva, c’è chi invece vorrebbe la fine di tutte le influenze esterne nel paese. In poche parole, nel mondo sciita iracheno ci si divide tra chi mette in primo piano le affinità religiose con gli iraniani e chi invece, al contrario, rivendica le differenze etnico/politiche rispetto a Teheran.

Tra questi ultimi ci sono molti dei manifestanti in piazza durante le settimane più calde della protesta. E la conferma arriva da un episodio accaduto martedì sera a Najaf, città tra le più importanti sotto il profilo religioso e politico della comunità sciita irachena. Qui infatti, per la terza volta in meno di una settimana, il locale consolato iraniano è stato dato alle fiamme. Un assalto in piena regola, in cui le forze di polizia non sono riuscite a fermare la furia di chi ha voluto ancora una volta colpire uno degli avamposti diplomatici più importanti della Repubblica islamica in Iraq. Questo testimonia come, almeno nel sud del paese, la protesta sta prendendo una piaga più marcatamente anti iraniana. Non solo dunque corruzione e difficili condizioni di vita, in Iraq sempre più manifestanti scendono in piazza per chiedere una presa di distanze da Teheran.

Nessuna soluzione politica in vista

Intanto nella Green Zone di Baghdad, cuore delle istituzioni irachene, si fa i conti con una crisi politica generata dalle manifestazioni che attualmente sembra ben lontana dall’essere risolta. Come detto, non c’è più un premier dopo le dimissioni di Mahdi, non c’è quindi un governo in carica se non per la gestione dell’ordinaria amministrazione. E trovare la quadra adesso appare una chimera. Gli sciiti sono divisi anche da un punto di vista politico: Moqtad Al Sadr, leader del partito di maggioranza relativa, vorrebbe immediate elezioni anticipate, le liste più vicine invece alle milizie anti Isis ed all’Iran vorrebbero la prosecuzione dell’attuale legislatura ed hanno provato fino alla fine a persuadere Mahdi dall’intento di dimettersi.

Il tira e molla tra le parti non fa altro che dilungare lo stallo. Nelle scorse ore un altro protagonista della vita politica irachena, ossia l’ex premier Haider al Abadi, ha ricevuto i rappresentanti diplomatici di Ue e Canada. A loro, come si legge su AgenziaNova, il predecessore di Mahdi ha riferito di preferire la via delle elezioni anticipate gestite però da un nuovo governo di transizione che dia vita, tra le altre cose, anche ad una nuova legge elettorale. Potrebbe essere questo il compromesso in grado di accontentare tutti e sbloccare la situazione. Ma sui nomi del nuovo premier e sulle condizioni da attuare in vista di eventuali consultazioni potrebbero sorgere altre polemiche.