Tra Iran e Stati Uniti, i rapporti sono degenerati da quando, lo scorso anno, l’amministrazione Trump ha deciso di ritirarsi unilateralmente dall’accordo sul nucleare – il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) – imponendo a Teheran le sanzioni dalle quali era stato sollevato proprio grazie al patto.

Da quel momento, la situazione è andata peggiorando. Trump ha messo sotto pressione i Paesi firmatari del Jcpoa – intenzionati a tener fede all’accordo -, inasprendo le sanzioni contro Teheran. L’Iran ha minacciato di aumentare il livello di arricchimento dell’uranio e di chiudere lo Stretto di Hormuz – snodo petrolifero fondamentale a livello mondiale.

Una serie di incidenti ha poi iniziato a turbare le rotte petrolifere. Alcune petroliere sono state colpite, in circostanze non ancora chiarite, nel Golfo Persico, mentre un attacco con droni, forse lanciato dal territorio iracheno, ha raggiunto due stazioni di pompaggio della East-West Pipeline – oleodotto saudita che offre una via di trasporto alternativa allo Stretto di Hormuz.

La mano di Teheran sull’Iraq

In questo scenario allarmante, in cui il minimo incidente potrebbe accendere la miccia di una nuova guerra nel Golfo, l’Iraq si muove con prudenza. Da importante alleato regionale di entrambi i Paesi, Baghdad teme che il suo territorio possa trasformarsi nel teatro di uno scontro tra “vasi di ferro”, dai quali si tiene equidistante.

I timori sono, d’altronde, basati su episodi recenti, che potrebbero annunciare il peggio. Lo scorso maggio, un missile è stato sparato contro il compound dell’ambasciata americana a Baghdad. Un mese dopo, alcuni razzi sono stati lanciati anche contro le basi militari di Balad e Taji, a nord della capitale irachena, che ospitano consulenti americani e della coalizione internazionale.

Nulla si sa ancora sui responsabili, ma Washington punta il dito contro la c.d. “Unità di mobilitazione popolare (Pmf)”, formata da milizie sciite – finanziate e addestrate dall’Iran – che operano sul suolo iracheno.

Formatesi nel giugno 2014 in seguito all’emissione di una fatwa dell’ayatollah iracheno Al-Sistani, le Pmf sono intervenute nella guerra contro lo Stato islamico al fianco dell’esercito di Baghdad e dei peshmerga curdi. Due anni dopo, nel 2016, nel tentativo di limitarne la dipendenza da Teheran, l’allora primo ministro iracheno, Haider Al-Abadi, aveva formalizzato la loro inclusione all’interno delle forze di sicurezza del Paese.

Ma la misura non si è rivelata sufficiente. Per questo, recentemente – sotto la pressione di Washington -, Baghdad ha stretto la presa sulle milizie sciite indicando il 31 luglio come termine ultimo per l’inclusione definitiva delle Pmf all’interno dell’esercito iracheno. Un provvedimento volto a ricondurre le milizie sotto il controllo esclusivo del governo iracheno.

L’Iraq al centro delle tensioni tra Iran e Usa

L’Iraq è un importante alleato regionale sia di Teheran che di Washington. Già al centro degli interessi internazionali per la posizione strategica e le sue risorse energetiche, a partire dal 2003 – anno della caduta del governo dell’ex presidente iracheno, Saddam Hussein – è diventato il teatro di una corsa tra Usa e Iran, determinata dalla necessità di cooperare contro lo Stato islamico prima, e da quella di ricostruire la nazione poi.

Stretto tra due fuochi, il governo iracheno cerca in tutti i modi di mantenere salde le relazioni con entrambe le parti. Da un lato vi è Washington, che conta almeno 5.200 uomini di stanza nel Paese mediorientale; dall’altro Teheran, con il quale Baghdad intesse profondi rapporti economici, commerciali e militari.

L’Iran ha investito molto nel Paese confinante, sia economicamente che politicamente, considerandolo un territorio di collegamento essenziale, soprattutto dopo l’inasprimento delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Negli anni, il legame d’eccezione tra i due Paesi ha consentito a Teheran di influenzare sempre più la classe politica di Baghdad.

È altrettanto vero, però, che l’Iraq non si è mai schierato dalla parte dell’Iran, cercando, al contrario, di mantenersi neutrale, di rafforzare anche le relazioni con Washington e con il fronte arabo, scongiurando così la possibilità di trovarsi nel mezzo di un conflitto tra i due arcinemici.

La scorsa settimana, proprio il presidente iracheno, Barham Saleh, è intervenuto sulla questione, dichiarando che Baghdad non ha alcuna intenzione di essere trascinato in un nuovo conflitto in Medio Oriente. Saleh ha  sottolineato che, pur vedendo negli Stati Uniti e nell’Iran due partner strategici, la priorità dell’Iraq rimane la propria stabilità interna.

Forse un’utopia, in cui però Baghdad mostra di credere, dicendo apertamente di non voler trasformare il proprio territorio nazionale nel teatro di una guerra per procura. E in ogni caso, se messo alle strette, è difficile immaginare al fianco di quale parte si schiererà.