Cosa è la guerra ibrida?
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La Turchia ha aperto la porta e dato un grande endorsement, ma sarà l’Oman, alla fine, a ospitare i nuovi colloqui tra Stati Uniti e Iran per la risoluzione della controversia sul nucleare. Dopo che Abbas Araghchi, ministro degli Esteri di Teheran, ha accettato di dialogare con Steve Witkoff e Jared Kushner, inviati del presidente Usa Donald Trump, a seguito della mediazione di Hakan Fidan, ministro degli Esteri di Ankara, e dopo che i Paesi del mondo arabo hanno mostrato scetticismo contro l’ipotesi di raid di Washington contro la Repubblica Islamica Mascate è tornata al centro della diplomazia.

Riparte, dunque il giro dell’Oman. E non parliamo dell’ormai classica corsa ciclistica che partirà, quest’anno, il 7 febbraio, toccando le montagne e le incantevoli spiagge del Paese del Sud della Penisola Arabica. Ma la tournée diplomatica che il giorno prima, il 6 febbraio, vedrà l’Oman sostituire Ankara come sede dei colloqui. La motivazione è duplice. In primo luogo, l’Oman è strutturalmente “terza” come location. In Turchia, Paese con cui l’Iran sta migliorando le relazioni, gli Usa hanno presenza militare e d’intelligence, dunque fattori indiretti di pressione e condizionamento e non a caso Teheran ha chiesto di spostare la sede.

In secondo luogo, l’Oman è il garante ideale del formato dei colloqui indiretti che ripropone il meccanismo attivato ad aprile 2025 proprio da Araghchi e da Witkoff in cinque, differenti confronti andati in scena tra Mascate e Roma durati fino a giugno, col sesto round cancellato dall’assalto di Israele all’Iran del 13 giugno 2025 che inaugurò la guerra dei dodici giorni. Un modo sia per segnalare che per i dialoganti il filo spezzato si deve riprendere sia per mostrare il giusto gradualismo che un confronto diretto tra le due diplomazie non avrebbe garantito, specie in un contesto di tanto importante presenza militare Usa presso l’Iran.

In sostanza Badr al-Busaidi, ministro degli Esteri dell’Oman sarà il capo della delegazione “pontiera” tra gli inviati di Washington e Teheran e dovrà avvicinare le parti in causa sui dossier critici. Nel 2014-2015 le diplomazie di Usa, Iran e Unione Europee dialogarono in forma diretta a Vienna per raggiungere l’accordo che portò al Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) demolito nel 2018 da Trump. Ora il trend è diverso e la prospettiva più complessa. E l’Oman neutrale appare il facilitatore più terzo per condurre in porto un confronto che deve superare una palese asimmetria: l’Iran rifiuta di negoziare sotto la minaccia delle armi, gli Usa chiedono la sostanziale denuclearizzazione del Paese.

La domanda resta chiara: cosa vogliono ottenere i negoziatori? Un accordo omnicomprensivo o uno scenario di convergenza per far ripartire la diplomazia? Danny Citrinowicz dell’Institute of National Security Studies di Tel Aviv nota che molti sono gli ostacoli da superare:

Nelle condizioni attuali, un accordo globale è altamente improbabile. Nella migliore delle ipotesi, la diplomazia potrebbe produrre una tabella di marcia limitata, progettata per prevenire un’escalation immediata. Sebbene prevenire il conflitto sia effettivamente l’obiettivo primario dei mediatori, anche questo modesto obiettivo sarà estremamente difficile da raggiungere.

La sensazione è che sarà già un risultato se Washington e Teheran accetteranno la de-escalation temporanea e l’istituzionalizzazione della ripresa della diplomazia come mezzo. Sui fini, però, c’è discordia. Ed è questo il vero fronte che rende stretto il sentiero dei colloqui.

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