Uno dei “grandi vecchi” della Repubblica Islamica si muove dietro le quinte per plasmare la strategia dell’Iran che si prepara al terzo round di negoziati sul nucleare, a Ginevra, con gli Usa, previsti per domani: è Ali Larijani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale e figura importante dell’apparato strategico di Teheran, che affianca il mediatore Abbas Araghchi, ministro degli Esteri globetrotter, nel costruire la strategia per i colloqui con gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, mediati dall’Oman, al bivio tra pace e guerra.
Non è un dato secondario: Larijani, assieme all’ammiraglio Ali Shamkhani figura di punta dello Stato profondo iraniano, è sinonimo di Ali Khamenei, Guida Suprema che nell’ora più critica per il Paese che guida da 46 anni (10 come presidente prima della successione a Ruhollah Khomeini nel 1989), accetta la logica negoziale. Dopo che l’intervento di Turchia e Arabia Saudita ha dissuaso gli Usa dall’intervento mentre in Iran divampavano le proteste a gennaio, Washington ha aumentato la presenza militare alle porte della Repubblica Islamica mentre, nel frattempo, si tratta.
Il presidente Usa Donald Trump è stato ambivalente nel discorso sullo Stato dell’Unione: ha ammonito l’Iran di ” cose brutte” che potrebbero arrivare se non si concluderà un accordo, ma parimenti è stato tutt’altro che cupo sulla possibilità di un accordo:
Siamo in trattative con loro. Vogliono raggiungere un accordo, ma non abbiamo sentito quelle parole segrete: ‘Non avremo mai un’arma nucleare’”
Teheran vuole ristabilire le soglie di arricchimento dell’uranio al 3,67% che erano previste dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) concluso nel 2015 e rivendica il suo diritto all’uso civile del nucleare come firmatario del Trattato di non proliferazione (Tnp); gli Usa rilanciano e chiedono garanzie, pressati da Israele che spinge perché la Repubblica Islamica capitoli su molti dossier, dal sostegno agli alleati al programma missilistico.
Araghchi, in partenza dall’Iran, ha detto che “l’opportunità storica di raggiungere un accordo senza precedenti” è alle porte, e in campo è tornato Larijani che dialogò sul nucleare con Regno Unito, Francia, Germania e Russia dal 2005 al 2007 e rappresenta l’ala più pragmatica dei conservatori vicini all’Ayatollah, dunque la possibile garanzia sul fatto che dietro la spinta negoziale c’è unità nazionale. Larijani, di recente, ha indicato l’economia come concausa delle proteste nel Paese e va ripetendo che attaccare Teheran non converrebbe a Washington.
Iran Wire nota che nell’approccio di Larijani c’è anche una volontà di guardare al post-Khamenei, segnalando che “Larijani si ispira a elementi del modello cinese di Deng Xiaoping, che abbina una repressione della sicurezza senza compromessi a una limitata flessibilità culturale ed economica”. Premessa perché un post-Khamenei esista, però, è che la guerra con gli Usa non scoppi. Da qui nasce un progetto nazionale a tutto campo che appoggia la mediazione e può essere letto in maniera ambivalente: estremo tentativo di un regime fragile di sopravvivere al rischio collasso sotto i colpi americani o dimostrazione di unità di fronte a una minaccia strategica?
Gli Usa saranno disposti a sedersi al tavolo per una soluzione simile al 2015 dopo la dimostrazione di forza militare? Ginevra partorirà un accordo o una nuova dilatazione dei termini? Comunque vada, Araghchi medierà per conto del presidente Masoud Pezeshkian ma è possibile che l’Oman, cercando una risposta finale dell’Iran, guardi più al Consiglio di Sicurezza Nazionale. Dunque a Larijani. Appuntamento a Ginevra, dunque. Nuovo crocevia nella neutrale Svizzera per capire in che direzione la geopolitica porterà il Paese centro-asiatico, al bivio tra pace e guerra.

