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Politica

Iran-Usa, nessun accordo a Islamabad. Ma Ghalibaf e Vance si stringono la mano

La prima volta, erano durati due mesi; la seconda, circa un mese; la terza, 21 ore. Le più lunghe e tese del confronto tra Iran e Stati Uniti. Ma i negoziati sul nucleare iraniano andati in scena dall’aprile 2025 all’aprile...

La prima volta, erano durati due mesi; la seconda, circa un mese; la terza, 21 ore. Le più lunghe e tese del confronto tra Iran e Stati Uniti. Ma i negoziati sul nucleare iraniano andati in scena dall’aprile 2025 all’aprile 2026, per ora, presentano lo stesso risultato concreto: nessun accordo. I recenti colloqui di Islamabad, intensi e complicati, lo confermano.

Iran-Usa, 47 anni di rivalità non si risolvono in 21 ore

La delegazione americana guidata dal vicepresidente J.D. Vance e quella iraniana con a capo il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno avuto una vera e propria maratona negoziale mediata dal premier pakistano Shehbaz Sharif a Islamabad ma non c’è stato verso di trovare una quadra. Aspettiamo ad usare la parola “fallimento”: il portato di odio accumulato, le contraddizioni emerse dalla guerra, le tensioni latenti erano tali da imporre di vedere come si evolverà la situazione.

Dopo oltre quaranta giorni di guerra, con lo Stretto di Hormuz ancora controllato da Teheran e Israele che continua a bombardare il Libano nonostante il cessate il fuoco dell’8 aprile richiedesse uno stop ai combattimenti anche nel Paese dei Cedri, e dopo che la fiducia di entrambe le parti era ai minimi storici, emerge una realtà dei fatti: per Usa e Iran è difficile risolvere le sfide del programma nucleare di Teheran e di una rivalità accumulatasi dalla nascita della Repubblica Islamica, nel 1979, a oggi in poche settimane. E, inoltre, per gli Usa questa trattativa appariva, in partenza, ostica: la Terza guerra del Golfo non è stata vinta da Washington e Tel Aviv, ma Teheran contesta agli Usa il fatto il team guidato da Vance avrebbe proposto termini che sembravano ignorare tale realtà.

Stop totale all’arricchimento dell’uranio, restituzione del materiale fissile già accumulato, riapertura di Hormuz alle condizioni degli Usa, restituzione dei beni iraniani congelati dalle sanzioni: sono molti i pomi della discordia. Vance saluta Isalambad dichiarando che “l’ultima e migliore offerta” di Washington per ora non è stata accettata da Teheran.

Lo stallo dei negoziati Usa-Iran

“Gli Stati Uniti avevano chiesto all’Iran di riaprire immediatamente lo stretto a tutto il traffico marittimo. Ma l’Iran si è rifiutato di rinunciare alla sua influenza su questo punto strategico per le petroliere”, nota il New York Times, aggiungendo che la Repubblica Islamica “l’Iran ha anche chiesto un risarcimento per i danni causati da sei settimane di raid aerei e lo sblocco dei proventi petroliferi congelati in Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania per finanziare la ricostruzione. Gli americani hanno respinto tali richieste”, che avrebbero coinvolto asset per 27 miliardi di dollari. Al Jazeera specifica che la richiesta di Washington all’Iran perché rinunciasse al programma nucleare imporrebbe l’addio anche a ogni forma di uso civile dell’energia nucleare, perfino a fini biomedicali, nonostante questa sia consentita dall’adesione al Trattato di Non Proliferazione (Tnp) che Teheran ha firmato.

Per Vance l’Iran ha mostrato rigidità. Per i media filogovernativi di Teheran gli Usa cercavano una scusa per ritirarsi. Il cessate il fuoco resta in piedi fino al 22 aprile e il Pakistan ha invitato a rispettarlo. I colloqui si sono svolti sull’onda politica ed emotiva di una guerra violenta e che ha inflitto duri danni a entrambi i contendenti, con il parallelo inserimento per sabotare i negoziati da parte di Israele, che ha intensificato gli attacchi al Libano.

La stretta di mano Vance-Ghalibaf

La tensione del post-negoziati riflette sia la frustrazione del mancato accordo che diverse forme di pretattica. Non è detto ci possano essere nuove sessioni: nonostante il risultato non decisivo, è da segnalare la notizia, riportata dal Nyt, che Vance e Ghalibaf avrebbero avuto addirittura un breve confronto personale, con una stretta di mano e un cordiale saluto. Questo è forse il risultato più interessante e non secondario: si tratta del contatto di più alto livello tra due funzionari americani e iraniani dalla caduta dello Shah nel 1979 e di un evento indubbiamente storico.

Il vicepresidente Usa, le cui qualità da negoziatore sono tutte da testare ma la cui volontà personale a lungo ha oscillato in forma critica circa la guerra all’Iran, e il presidente del Parlamento iraniano, conservatore pragmatico che capisce la necessità di andare oltre il sistema della defunta Guida Suprema Ali Khamenei, hanno rotto un tabù. Per qualche istante, niente più Terror Regime iraniano e niente più “Morte all’America”, ma diplomazia. Una legittimazione sostanziale del nemico come interlocutore che, forse, consente di non archiviare come un totale fallimento questo confronto. Per qualche istante si è concretizzato l’invito reso celebre da Papa Leone XIV nel maggio 2025, quanto il Santo Padre spronò i capi delle nazioni in guerra a “guardarsi negli occhi”. Per Usa e Iran così è stato, lontano dai riflettori, laddove non è la necessità di un confronto a favor di telecamere a agire da sprone.

Neanche dopo l’accordo sul nucleare del 2015 si era giunti a un confronto di così alto livello. Altri ne seguiranno? 47 anni di rivalità e sei settimane di guerra ancora fresche non si cancellano in una giornata. Ma la decina di giorni che resta ai negoziati dovrà ripartire dalla ricerca dell’effettiva presenza di una volontà di non far riprendere la guerra che ha incendiato il Golfo e l’economia globale.

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