Abbas Araghchi, ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, prepara il terreno per provare a riportare in campo i colloqui tra Teheran e gli Stati Uniti e prende la strada di Islamabad, capitale del Pakistan mediatore tra i due Paesi belligeranti nella Terza guerra del Golfo ora in pausa per il cessate il fuoco dell’8 aprile recentemente esteso in forma indefinita dal presidente Usa Donald Trump. Araghchi, che ieri ha conversato a distanza con il suo omologo pakistano, Ishaq Dar e con il capo di Stato Maggiore delle forze armate di Islamabad e uomo forte del Paese, Asim Munir, è atteso nel Paese confinante con l’Iran, i cui funzionari hanno comunicato alla Tv di Stato l’imminente arrivo del capo della diplomazia della Repubblica Islamica.
Si tratta di un passaggio importante in una fase in cui la trattativa per porre fine al conflitto sembra finita in un limbo, se non in un vicolo cieco, con Trump e la sua amministrazione che pressano l’Iran perseguendo nel blocco allo Stretto di Hormuz su cui Teheran ha stabilito il controllo a inizio conflitto e Israele, alleata di Washington nell’assalto al Paese centroasiatico, che manda messaggi ben chiari. Israel Katz, ministro della Difesa del governo di Benjamin Netanyahu e architetto degli attacchi di Tel Aviv a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026 assieme al capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, ha detto che lo Stato Ebraico “attende il via libera degli Stati Uniti – innanzitutto per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei” e “per riportare l’Iran all’età oscura e all’età della pietra distruggendo impianti energetici ed elettrici chiave e smantellando la sua infrastruttura economica nazionale”.
Una presa di posizione chiara, che mostra il totale superamento di ogni retorica sulla “liberazione” del Paese centroasiatico e spiega come Israele nei confronti dell’Iran non persegua altro se non l’obiettivo del rovesciamento del regime, della guerra civile o del collasso dello Stato nemico su faglie etniche e confessionali. Del resto, come ha detto David Barnea, capo del Mossad, Tel Aviv non accetta altro esito decisivo se non la caduta di Teheran.
Araghchi deve negoziare tra gli scogli e provare a trovare una sintesi nella consapevolezza che l’Iran deve superare un triplice dubbio: c’è la possibilità di un accordo duraturo o solo di un armistizio esteso più in grande? Washington intende trattare con serietà o sta solo guadagnando tempo per riorganizzare le sue armate? E che architettura securitaria si creerebbe se Teheran allentasse la presa di posizione su Hormuz? Al netto delle divisioni nel regime, a Teheran c’è concordia sul fatto che l’Iran intende negoziare facendo valere le sue posizioni di forza e non si sente un Paese sconfitto, tutt’altro. Del resto, Trump ha fretta di chiudere la guerra con un risultato evidente e sbandierabile. E non è detto che l’Iran sia disposto a concederglielo. Le trattative per l’accordo nucleare del 2015, di cui Araghchi fu capo negoziatore per l’Iran, impegnarono anni e discussioni tecniche complesse. Gli Usa chiedono un risultato in poche settimane dopo oltre un mese di violenta e sanguinosa conflittualità. Esiste il margine per mediare o si tornerà ad incrociare le spade? Il pontiere e gran tessitore Araghchi cerca di capirlo parlando col Pakistan nella sfida più dura della sua carriera.