Dopo oltre due mesi, il cessate il fuoco diventa accordo di pace: Usa e Iran hanno concordato di porre fine alla Terza guerra del Golfo e il prossimo 19 giugno a Ginevra formalizzeranno un’intesa di cui si vedono già i profili chiari. Sulla base del patto mediato da Qatar e Pakistan riaprirà lo Stretto di Hormuz, con l’Iran che si impegna a sminarlo nei primi 30 giorni e a non imporre pedaggi per 60 giorni; in quei 60 giorni, l’Iran avrà una temporanea esenzione sulle sanzioni che colpiscono il petrolio, ci sarà un cessate il fuoco esteso al Libano e dopo la fase iniziale partirà un dialogo a tutto campo per capire come sviluppare la principale partita, quella sulle scorte di uranio arricchito della Repubblica Islamica.
Le vie del negoziato
Se confermate, le disposizioni dell’accordo che sarà concluso dal vicepresidente Usa J.D. Vance da un lato e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dall’altro, apriranno inoltre al mutuo riconoscimento della sovranità dei due Paesi e quindi al ristabilimento sostanziale di relazioni diplomatiche congelate dal 1979. Un passaggio fondamentale che per il presidente Usa Donald Trump si dovrebbe accompagnare a una ripresa dei flussi energetici globali e per l’Iran a una rivendicazione di un successo sostanziale nella Terza guerra del Golfo: quello nella battaglia per la sopravvivenza.
Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano, l’Iran ha vissuto un vero e proprio assedio militare e subito duri colpi, ma ha ribaltato il campo usando la leva di Hormuz e degli attacchi alle infrastrutture e le basi nei Paesi del Golfo come strumento di pressione sull’economia globale. Alla prova dei fatti, se l’accordo reggerà avremo il primo caso in cui gli Usa devono ricorrere a un negoziato per veder rispettato il principio strategico del controllo su stretti e rotte marittime che plasma il potere globale della superpotenza, e al contempo una dimostrazione di resilienza da parte di un settore dell’élite iraniana di fronte alle pressioni dei falchi più oltranzisti.
Un solco Usa-Israele
Inoltre, si separano nettamente nel negoziato le strade di Washington e quelle di Israele, per almeno tre motivi: il Libano viene incluso nel perimetro del cessate il fuoco, contro la volontà del primo ministro Benjamin Netanyahu; l’arsenale missilistico, vero e proprio spauracchio iraniano, e il sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione mediorientale non rientrano nel perimetro del negoziato; l’Iran riafferma che non svilupperà armi nucleari ai sensi del Trattato di Non Proliferazione di cui è membro, al contrario di Tel Aviv che ha un arsenale nucleare non dichiarato e non è firmatario del Tnp.
Il New York Times aggiunge che in un dialogo con il presidente ai margini delle celebrazioni per il Giorno della Bandiera (80esimo compleanno di Trump, peraltro), The Donald “ha descritto l’attuale leadership iraniana, compreso il nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, come pragmatica”, parole che ben si discostano dalla dura critica portata a Netanyahu dopo che domenica Israele, colpendo il Libano, aveva messo a rischio le trattative. Ora, invece, dopo lunghe incertezze e tanti annunci a vuoto una base per la pace c’è. La vera sfida sarà capire come consolidare le fondamenta e, soprattutto, comprendere in che misure si passerà dalla prima alla seconda, decisiva parte delle trattative sul nucleare. La notizia, però, è che dopo molti annunci a vuoto finalmente si può parlare di un percorso verso la stabilità. E di questo il Medio Oriente e il mondo intero avevano, indubbiamente, grande bisogno.