Iran-Usa, il negoziato continua. Sanzioni e nucleare, cosa c’è in ballo

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La notizia che emerge dal negoziato iraniano-americano di venerdì in Oman è che non sarà un round fine a sé stesso. La mediazione condotta a Mascate dal Ministro degli Esteri dell’Oman Badr bin Hamad al-Busaidi ha visto un dialogo indiretto tra Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, da un lato e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, dall’altro. Il comandante in capo Usa ha definito “molto buoni” i colloqui con Teheran via Mascate, confermando un’impressione positiva della Repubblica Islamica.

Le trattative riprendono: gli scenari

La prossima settimana ci sarà un nuovo round, probabilmente sempre a Mascate, di un processo che riprenderà la formula condotta prima della guerra israelo-iraniana di giugno per due mesi, con confronti indiretti tra le due diplomazie coordinati da dialoghi con al-Busaidi. Il titolare della diplomazia omanita, incaricato nuovamente del ruolo dopo l’apertura al confronto spinta dalla Turchia e dai Paesi arabi, dovrà essere pontiere su due dossier. Gli Usa chiedono che l’Iran rinunci definitivamente al suo programma nucleare, riduca l’appoggio agli alleati regionali e ridimensioni il suo programma missilistico, Teheran spinge perché Washington discuta essenzialmente del fronte nucleare e della rimozione delle sanzioni.

C’è asimmetria tra le diplomazie e ci vorrà tempo ma Trump dice che a suo avviso “sembra che l’Iran voglia davvero raggiungere un accordo” mentre Araghchi, parlando a Al Jazeera a nome del governo del presidente Masoud Pezeshkian, ha riferito che “la posizione dell’Iran non è per il totale abbandono del programma atomico. Il capo della diplomazia iraniana dice: “siamo pronti a raggiungere un accordo rassicurante sull’arricchimento”, definito “un diritto inalienabile che deve continuare” in riferimento alla soglia del 3,67% a fini civili presente già negli accordi del 2015 (JCPOA) e funzionale a mantenere attivo un programma di generazione elettronucleare.

I moniti iraniani, le sanzioni Usa

Araghchi ha sottolineato che a suo avviso  i colloqui sono partiti “bene”  ma ha ribadito che “il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni”, un riferimento alla crescente mobilitazione di forze americane nello scacchiere mediorientale, sottolineando che in Iran “ci aspettiamo che venga rispettato affinché esista la possibilità di proseguire i colloqui”. Impegno chiaro e netto ma che per ora cozza con il build-up militare di Washington e con la decisione di Trump di rafforzare la pressione sanzionatoria sull’Iran.

A esser stata colpita dopo i colloqui sono stati i vascelli della “flotta fantasma” che aiuta l’Iran a portare il petrolio sanzionato nel mondo, una manovra politica che mira a consolidare la pressione sull’Iran nella fase critica dei negoziati. Non è la prima volta che ciò accade, ricorda Politico, sottolineando che “l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno sanzionato  il magnate del petrolio iraniano Mohammad Hossein Shamkhani , la cui rete di spedizioni traeva profitto dal trasporto di petrolio e altri carichi dall’Iran e dalla Russia”. Il petroliere è il figlio di Ali Shamkhani, alto consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei e già guida del consiglio per la sicurezza nazionale, assieme all’attuale segretario di tale organo Ali Larijani figura cruciale per l’elaborazione strategica di Teheran.

Settimane cruciali in arrivo

Ora si entrerà in settimane decisive per capire se la strada per un attacco Usa sia chiusa e se si passerà, invece, alle negoziazioni attive. Andrà capito, in primo luogo, se Washington e Teheran troveranno una via concreta ai negoziati partendo da prospettive molto asimmetriche sulle aspettative. In secondo luogo, se la manovra diplomatica dei Paesi della regione compenserà la spinta interventista dei falchi di Washington e se non esploderanno nuove proteste in Iran dopo i fatti di dicembre e gennaio che hanno portato gli Usa a un passo dall’intervento.

Infine, andrà capito se Israele presserà Washington per un intervento militare. In tal senso, le date da segnare col bollino rosso sono quelle dal 18 al 22 febbraio, giorni in cui il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si recherà a Washington per incontrare Trump e partecipare alle riunioni del Board of Peace per Gaza. Il premier israeliano presserà per un secondo colpo con l’Iran o tirerà i remi in barca, come sembrano indicare molti report di addetti ai lavori circa l’effettiva bellicosità di Israele in questa fase? I rischi di una nuova guerra con l’Iran sarebbero notevoli, e forse questo calcolo israeliano è ciò che dà, ad oggi, ai nuovi, graduali negoziati le maggiori possibilità di riuscita.