Netanyahu non incassa la luce verde per un attacco all’Iran, motivo principale del suo improvviso viaggio negli States. Anzi, nel corso della conferenza stampa congiunta, Trump ha annunciato che i colloqui con Teheran sono iniziati. Ed è questa l’unica vera novità emersa da questo viaggio.
Gaza: il genocidio può proseguire
Quanto a Gaza, Trump ha fatto parlare Netanyahu, il quale ha sgranato il suo noto programma di sfollamento dei palestinesi, che fa discendere dalla proposta di Trump sulla Riviera dei sogni/incubi da costruire in loco.
Tragicamente ironico il passaggio nel quale Netanyahu ha dichiarato che questa prospettiva renderà liberi i palestinesi, che finora “si sono rinchiusi” di loro spontanea volontà nella Striscia, negando che quella prigione a cielo aperto era invece sigillata da sbarre d’acciaio erette dal suo Paese. Tant’è.
Sempre su Gaza, due i passaggi chiave delle parole di Trump. Anzitutto, ha dichiarato che la sua amministrazione sta lavorando per un cessate il fuoco che porti alla liberazione degli ostaggi e alla restituzione dei corpi di quelli defunti, che ha detto essere la sua massima priorità in contrasto con la priorità del suo ospite, che è quella di riprendere il controllo della Striscia, pereat mundum. Tanto è vero che Netanyahu non ha fatto cenno a una possibile tregua.
L’altro accenno, stavolta del tutto furtivo, è quando Trump, parlando del suo stralunato piano sulla Riviera di Gaza, ha detto che piace a tanti, aggiungendo che ci sono anche “altre idee”, alcune di suo gradimento, altre no. Se sia un’apertura a possibilità diverse dalla pulizia etnica dei palestinesi, ad esempio il piano egiziano, o sia un mero flatus vocis è tutto da vedere.
Inutile sottolineare, infine, che Trump ha parlato a distesa delle sofferenze degli ostaggi, ma non ha fatto alcun cenno a quelle ancor più indicibili dei palestinesi, che vengono massacrati da più di un anno e mezzo con un’intensità mai vista in nessuna guerra moderna. Ma questo fa parte del tragico gioco al quale è consegnato.
Lo show di Trump e la conferenza annullata
Al di là di tale tragica deriva, resta quanto sintetizza al Mayadeen, media non certo pro-Netanyahu, che in una nota riepiloga e fa suoi i commenti dei media israeliani sull’esito del viaggio del premier israeliano.
“Mentre in passato si era mostrato polemico e assertivo – annota al Mayadeen – questa volta, seduto accanto a Trump sotto l’occhio vigile delle telecamere, Netanyahu si è limitato a sorridere e ad assorbire i colpi in silenzio”.
“Un’immagine difficile da ignorare: una figura un tempo nota per la sua fermezza è stata ridotta a mero osservatore passivo, evidenziando la sua vulnerabilità politica, la sua influenza in calo su Trump e la crescente dipendenza dai capricci del presidente degli Stati Uniti”.
Non è proprio così, dal momento che Netanyahu non ha affatto mollato la presa su Gaza, giocando sulla tragica ambiguità del presidente Usa, ma è vero che sull’Iran ha dovuto incassare. L’annuncio a sorpresa di Trump sulle trattative in corso lo ha trasformato in una statua di sale. Teheran ha successivamente confermato l’avvio dei negoziati.
Significativo anche un altro particolare: quando Trump ha parlato della campagna militare contro gli Houti dello Yemen – del tutto illegittima – ha spiegato che questi producono in proprio gli armamenti, evitando di accusare l’Iran di fornirglieli (il legame tra Houti e Iran è stato fatto solo dal Capo del Pentagono Pete Hegset, intervenuto successivamente).
È probabile che sia stata proprio la distanza sull’Iran che ha fatto saltare la conferenza stampa congiunta. Interessante il fatto che in un primo tempo sia stato comunicato che questa era stata “annullata” e non semplicemente rimandata.
Mentre la posticipazione avrebbe potuto spiegarsi con motivi tecnici, l’annullamento denota un contrasto profondo, sanato successivamente con l’annuncio che la conferenza avrebbe avuto luogo (se non si fosse tenuta sarebbe stato un disastro per ambedue).
Il modello Libia e la nomina di Colby
Insomma, Netanyahu era convinto di poter trascinare gli Usa nella guerra con l’Iran e non c’è riuscito, almeno finora. Detto questo, non mollerà la presa e lo si è visto quando ha affermato che i negoziati Usa-Iran devono ottenere gli stessi risultati che ebbero quelli con la Libia.
Un esempio non casuale, perché quel modello è esattamente quello sul quale mettono in guardia quanti temono che le trattative possano avere esiti disastrosi. La Libia, infatti, fu costretta a un disarmo draconiano, che spianò la strada alla sua successiva devastazione. Dopo quel che è accaduto alla Libia nessuno accetterà condizioni similari. Brandire tale modello serve solo a far fallire le trattative spianando la via alle bombe.
Infine, una nota a margine, ma neanche tanto. Di grande interesse, per quanto riguarda l’approccio dell’amministrazione Trump verso l’Iran, la nomina di Eldbrige Colby a sottosegretario della Difesa per la politica. Nomina di grande importanza strategica e la più tormentata tra quelle fatte da Trump, dal momento che ha dovuto affrontare un contrasto feroce, anche da parte di molti repubblicani, a causa del suo approccio moderato verso Teheran.
Nonostante il contrasto, e anche se in grave ritardo, Colby, dopo aver incassato il placet della Commissione per i servizi segreti dell’esercito del Senato, ieri, proprio mentre Netanyahu si trovava negli Usa, ha avuto il primo placet del Senato, che gli spiana la strada per la conferma. Probabile che Netanyahu, che sa perfettamente quanto sia importante tale nomina, sperava di bloccarla. Non c’è riuscito.
Certo, per superare gli ostacoli Colby ha dovuto moderare le sue aperture all’Iran, ma non ha fatto indietro tutta. La nomina è un passo importante, forse decisivo, per evitare l’ennesima grande guerra mediorientale a rischio incendio globale. Piccola buona notizia tra tanto disastro mondiale.