Giornata caotica e rissosa sul piano diplomatico quella conclusasi attorno alle trattative Usa-Iran, con il presidente americano Donald Trump che nella sera italiana ha annunciato un’estensione indeterminata del cessate il fuoco per permettere a un governo iraniano da lui definito “seriamente diviso” di giungere al tavolo delle trattative con una proposta concreta.
Il Pakistan, che si preparava a ospitare a Islamabad nuovi colloqui, ha mediato questa estensione, un cessate il fuoco dentro il cessate il fuoco, poco prima della scadenza, alle 2 ora di Teheran. Ma la realtà dei fatti parla di due delegazioni, quella americana guidata dal vicepresidente J.D. Vance e quella iraniana comandata dal presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, che sono ancora a Washington e Teheran mentre la prospettiva di una ripresa della Terza guerra del Golfo non è ancora fugata. E tanti fattori di criticità rimangono.
Il nucleare iraniano? Teheran, per bocca del presidente Masoud Pezeshkian, ha dichiarato di non voler rinunciare all’arricchimento. Hormuz? Gli Usa tengono il blocco, e nonostante 26 navi pare abbiano potuto forzarlo per raggiungere l’Oceano Indiano aperto si rimane nello stallo tra un controllo sostanziale da parte dell’Iran della strategica via d’acqua e un rifiuto statunitense dei pedaggi chiesti da Teheran. Prima Trump ha imposto il blocco navale per forzare la riapertura dello stretto, pena lo stop alle trattative dopo i negoziati dell’11 marzo scorso, poi lo ha tenuto in essere dopo che Teheran aveva acconsentito ai transiti a seguito del cessate il fuoco in Libano, irrigidendo ulteriormente la Repubblica Islamica.
L’estensione del cessate il fuoco chiesta dal premier pakistano Shehbaz Sharif e dal capo di Stato Maggiore Asim Munir offrirà spazio per un dialogo politico a tutto tondo ma, come detto su queste colonne, il nodo da superare è quello della fiducia. A aprile 2025 e febbraio “Trump ha avviato colloqui diplomatici con l’Iran solo per lanciare attacchi aerei mentre i negoziati erano ancora nelle fasi iniziali”, nota il New York Times, che aggiunge come ancora il 27 febbraio scorso Washington “ha inviato degli emissari a Ginevra per incontrare funzionari iraniani appena un giorno prima che la Guida Suprema dell’Iran venisse uccisa in un attacco aereo che ha dato inizio a settimane di bombardamenti statunitensi e israeliani”, sottolineando che dalle ricostruzioni della testata è acclarato che “al momento di quell’incontro, il presidente Trump si era già impegnato ad entrare in guerra assieme a Israele, secondo quanto affermato da funzionari statunitensi“.
The Donald non ha torto laddove evidenzia le divisioni nel potere della Repubblica Islamica, e in particolare l’assedio a cui è sottoposto il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi da parte dell’ala più intransigente dei Pasdaran desiderosi di evitare ogni percepita capitolazione lo dimostra, ma come nota il politologo Ali Vaez “tutti nel sistema iraniano concordano sul fatto che non ha senso negoziare se gli Stati Uniti continuano con il blocco”.
Lo stallo è palese. L’Iran con la guerra ha tenuto la linea, il regime non è crollato, un controllo di Hormuz è stato stabilito e ora l’obiettivo della Repubblica Islamica è assicurarsi le basi concrete della sopravvivenza politica con i negoziati, ma l’irrigidimento del regime e l’assenza, al netto di Ghalibaf, Araghchi e Pezeshkian, di figure di punta capace di creare una sintesi negoziale potrebbero mettere a rischio la ricerca di una concretizzazione di questi esiti. Anche perché, dall’altra parte, ci sono da un lato gli Usa, oggi al tavolo delle trattative desiderosi di ottenere con il cessate il fuoco ciò che non sono riusciti ad ottenere con la guerra in termini di ridimensionamento di Teheran e della sua influenza regionale, e dall’altro Israele, che ben ha messo in chiaro di ritenere il suo obiettivo strategico il crollo del regime se non addirittura la destrutturazione statuale dell’Iran.
Per un Iran all’ennesimo bivio la notizia del prolungamento unilaterale del cessate il fuoco da parte di Trump pone un dilemma non secondario. Accettare la logica della trattativa o no? Ghalibaf sembra aver aperto in tal senso, ma rimane l’ombra del bluff. Mentre scriviamo, due portaerei americane navigano a tutta velocità verso il teatro d’operazioni di Centcom, il comando designato per il quadrante dell’Asia Sud-Occidentale. La portaerei “George H. W. Bush” naviga a Nord del Madagascar e si aggiungerà presto alla “Abraham Lincoln” che sta imponendo il blocco di Hormuz. Anche la Uss Gerald Ford, andata a curarsi le ferite tra la Baia di Suda a Creta e Spalato in Croazia dopo alcuni problematici incidenti seguiti a 300 giorni di navigazione consecutivi e a operazioni nel Golfo e nel Mar dei Caraibi ha passato il Canale di Suez e presto sarà di nuovo in zona. Se la “Bush” la sostituirà, le portaerei in dotazione all’ammiraglio Brad Cooper, a capo di Centcom, saranno due, altrimenti saliranno a tre. Quanto basta per provare a pensare un secondo tempo della guerra se la proposta iraniana non soddisferà Washington. Negoziato di pace o terza trattativa per preparare l’assalto militare? Il cessate il fuoco indeterminato di Trump non scioglie i dubbi. Washington e Tel Aviv non hanno vinto, per ora, la guerra sul campo. Provano a rifarsi con la tregua e il negoziato Usa-Iran. Ma le distanze restano. E ogni scenario appare possibile nella trattativa che c’è e non c’è in un conflitto già perturbante per l’economia e l’ordine globale.