Ha parlato con volto teso e toni battaglieri ieri Masoud Pezeshkian, presidente di un Iran in cui continuano a divampare le proteste scoppiate a fine dicembre contro il carovita e divenute una sfida al sistema della Repubblica Islamica. Un discorso equilibrista e non incendiario, come tipico del personaggio, in cui Pezeshkian ha provato a mostrare empatia verso le proteste, dicendosi “pronto ad ascoltare il suo popolo” e sottolineando che assieme al governo “ascoltiamo i manifestanti e abbiamo fatto ogni sforzo per risolvere i loro problemi”, ponendosi l’obiettivo di “distribuire equamente tutto ciò che abbiamo tra le persone, indipendentemente dal partito, dalla fazione, dall’etnia, dalla razza o persino dalla provincia, dal dialetto o dalla lingua a cui queste persone appartengono”.
La strategia del presidente
Parole importanti che, da parte del presidente a lungo deputato del distretto nordoccidentale di Tabriz e di etnia azera, rappresentano un invito a evitare ogni deriva settaria nel Paese, ma che mostrano anche i timori circa la prospettiva che il seme della divisione emerga nella Repubblica Islamica. Smantellando sostanzialmente ogni residua ratio al suo progetto politico, che rischierebbe di trovarsi stritolato tra l’incudine delle proteste e il martello della repressione dei Basij e dei Pasdaran. Il 71enne capo dello Stato, in carica dal 2024 dopo aver vinto le elezioni alla guida del campo riformista, vede nella marea montante delle manifestazioni e nel pugno duro dei Pasdaran e delle forze di sicurezza una duplice sfida alla sua autorità.
Pezeshkian aveva provato nelle prime ore delle proteste a venire incontro alle domande della piazza, sostituendo il governatore della Banca centrale, offrendo dei pacchetti di moderato stimolo economico, prendendo impegni sulla lotta a carovita e inflazione, provando a evitare l’intransigenza del predecessore Ebrahim Raisi che nel 2022-2023 aveva invece affrontato duramente i moti di “Donna, Vita, Libertà” bollandoli, in partenza, come “tumulti”.
Manifestanti e riottosi, i distinguo di Pezeshkian
Per Pezeshkian, invece, c’è differenza tra “manifestanti”, da ascoltare, e “riottosi”, da reprimere. Una linea che, sorprendentemente, venerdì è stata fatta propria anche dalla Guida Suprema Ali Khamenei, il quale ha citato la differenza in un discorso che aveva però l’enfasi sulla denuncia delle infiltrazioni esterne, principalmente di Israele e Stati Uniti, nelle proteste. In una sorta di chiasmo, Pezeshkian ha citato questa visione della Guida, che però non è stato il punto centrale del suo discorso, provando dunque ad assecondare la ricerca di una linea unitaria nella leadership di Teheran.
Il suo governo ha applicato il bando di Internet che ha aperto la strada alla stretta repressiva su molti moti, e non può non guardare alla presunta influenza straniera nelle proteste come a un possibile movente con cui animare (e giustificare) la stretta. Se per i radicali e gli ultraconservatori, però, il pugno di ferro è intrinsecamente giustificabile, per Pezeshkian e il suo governo la linea è più elaborata.
Così come il suo ministro degli Esteri Abbas Araghchi si è trovato a fare salti mortali per gestire i mesi di trattative con gli Usa sul nucleare prima della guerra di giugno, Pezeshkian deve trovare una via di sviluppo al suo progetto di apertura alla società civile e alla classe media che, a ben guardare, può essere visto come una perestrojka in salsa sciita.
La sfida dell’inflazione per l’Iran
In particolare, l’incubo che Pezeshkian vuole affrontare è l’inflazione: “La modifica al sistema di sussidi valutari annunciata dal presidente iraniano potrebbe portare a un aumento a breve termine dei prezzi dei prodotti alimentari, ma è destinata a essere mitigata da un nuovo sistema di sussidi diretti ai consumatori”, ha scritto il Guardian, aggiungendo che “i dati ufficiali pubblicati lunedì hanno mostrato che l’inflazione ha raggiunto il 52,6% a dicembre”, e questo resta il primo problema da affrontare.
Dialogo e giro di vite in parallelo separando le due anime delle proteste: questa la strategia del presidente, più cautelativa di quella dei vertici dei Guardiani, per cui prima bisogna stringere le maglie della repressione e poi, a “battaglia” vinta, fare eventuali concessioni.
La percezione che per la Repubblica Islamica l’ora sia di quelle decisive permea tutti gli apparati securitari. Il presidente sta provando a tenere in piedi il suo compromesso articolato. Ma da unico capo dello Stato al mondo che non è il decisore più alto in grado, nemmeno nominalmente, nel suo Paese, non può decidere in autonomia. E mentre il pendolo delle proteste e della repressione continua ad oscillare, Pezeshkian rischia di vedere sostanzialmente manifestanti e regime uniti nell’unica certezza di non voler cercare quei compromessi da cui dipende la sua vita politica, se il fuoco delle manifestazioni continuerà ad ardere.
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