Le conseguenze della decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano e di imporre di nuovo le sanzioni all’Iran, cominciano ad avere le prime conseguenze.

Il governo di Teheran ha lanciato un ultimatum alla francese Total per decidere continuare o meno a lavorare in Iran nello sviluppo del giacimento South Pars. In caso contrario, come riporta l’agenzia iraniana Irna , il ministro del Petrolio Bijan Zangeneh ha già trovato con chi sostituirla: la Chinese National Petroleum Corporation .

“Se Total decide di abbandonare la Fase 11 del progetto di sviluppo sul giacimento di gas South Pars in Iran, il paese la sostituirà con la Cnpc cinese”. Un vero e proprio ultimatum figlio delle incertezze e dell’instabilità create dalla decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dal 5+1 del 2015.

La Total e l’Iran

Per la Total, uno dei principali gruppi petroliferi francesi, si tratta di un colpo durissimo. L’azienda francese è stata una delle prime grandi imprese europee a investire in Iran dopo la revoca delle sanzioni. A luglio del 2017, l’azienda annunciò l’accordo da 4,8 miliardi di dollari per sfruttare proprio insieme ai cinesi della Cnpc il mega-giacimento di gas South Pars. E fu un gesto fondamentale non solo per la Francia nei confronti dell’Iran, ma anche per la Francia nei confronti degli Stati Uniti che subirono come una sfida la decisione di Parigi di avallare l’accordo.

Ma fu una notizia che serviva anche agli altri Stati europei e alle aziende del Vecchio Continente come spinta per investire in Iran. Italia in primis, che tornò nel Paese dopo anni e con una serie di contratti importanti nel settore delle infrastrutture.

Come scriveva Il Sole 24 Ore, “l’intesa per South Pars prevede la costituzione di un consorzio dove la Total avrà una quota di maggioranza del 50% mentre il 30% va alla compagnia cinese Cnpc e un quota del 20% all’iraniana Petropars. La Total in concreto effettuerà un investimento da un miliardo di dollari”. Investimento fondamentale non tanto per la quantità di denaro, ma per l’importanza strategica del più grande giacimento di gas del Medio Oriente.

La compagnia francese, dopo l’annuncio delle sanzioni Usa, ha chiesto tempo e ha detto di aver intavolato delle trattative con il governo degli Stati Uniti per avere delle esenzioni. Ma intanto ha interrotto i lavori per la fase 11 del complesso South Pars.

Del resto, la Total rischierebbe troppo dall’esporsi alle sanzioni Usa. Il 90% degli investimenti in dollari coinvolge banche americane, gli azionisti statunitensi rappresentano il 30% del totale e c’è il rischio che Washington neghi all’azienda francese di lavorare in territorio americano.

La Cina guarda soddisfatta

Per la Cina, l’idea che la Total possa abbandonare il giacimento per far posto alla Cnpc, non può che essere una notizia positiva. Di fatto, gli Stati Uniti, acerrimi rivali commerciali di Pechino, hanno servito al dragone un assist senza precedenti. Attraverso le sanzioni, Washington sta spaventando gli investitori europei, consegnando l’Iran alle grandi imprese asiatiche. 

Per un Paese in continua ricerca di risorse energetiche come la Cina, la notizia di poter avere l’80% del South Pars significa avere le chiavi sul futuro del gas iraniano. Che per adesso, sarà sfruttato solo per il mercato interno – lo sviluppo finale è previsto entro il 2021 – ma in futuro, potrebbe anche essere destinato all’esportazione.

Inoltre, per la Cina significherebbe, anche da un punto di vista strategico, ottenere una posizione di estrema rilevanza nel Golfo Persico, intessendo contatti ancora più forti con il Qatar. L’emirato di Doha è infatti l’altro Paese che condivide la sovranità sul gigantesco campo di gas naturale nei fondali del Golfo.