L’Iran inizia a muovere le sue pedine per costruire la sua strategia diplomatica e politica post-guerra con Israele, e a un mese e mezzo dalla fine del conflitto dei dodici giorni con Tel Aviv arriva il ritorno in grande stile di una figura chiave per il sistema di potere della Repubblica Islamica: Ali Shamkhani.
Shamkhani, torna il fedelissimo di Khamenei
70 anni a settembre, l’ammiraglio e politico nativo di Ahvaz, nel Khuzestan, ha fatto parlare di sé nei mesi scorsi in quanto bersaglio primario dei raid di Israele che hanno inaugurato la guerra dei dodici giorni nella giornata del 13 giugno. Inizialmente dato per morto, Shamkhani se l’è cavata con profonde ferite ed è apparso in pubblico dopo la fine del conflitto ai funerali dei generali dell’esercito, dei leader dei pasdaran e degli scienziati nucleari uccisi durante il conflitto.
Ieri è stato nominato dall’Ayatollah Ali Khamenei nel neo-costituito Consiglio di Difesa dell’Iran, un apparato del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (Snsc) che Shamkhani ha presieduto dal 2013 al 2023 e dovrebbe rappresentare il perno decisivo delle decisioni di Teheran in materia di forze armate e tutela dell’indipendenza nazionale. In particolare, l’Snsc deve dettare le linee guida strategiche e il Consiglio di Difesa orientare le decisioni del governo in materia di rafforzamento delle strutture militari. Il ritorno di una figura come Shamkhani è importante per un’ampia gamma di ragioni. In primo luogo, perché fa rientrare in auge, dopo la guerra con Israele e l’intervento diretto degli Usa, un fautore della combinazione tra diplomazia politica e tutela della sicurezza nazionale in materia di trattative sul nucleare.
Una diplomazia complessa
Shamkhani ha, nel contesto delle trattative con Washington prima della guerra formato un tandem col capo della diplomazia ufficiale, Abbas Araghchi, ministro degli Esteri, capace di unire gli apparati nella ricerca di un accordo con gli Usa. E non ha mancato di aprire alla possibilità che Teheran facesse concessioni. Israele ha voluto cercare di ucciderlo per eliminare ogni spazio di trattativa. E ora dovrà affrontare il ritorno in campo di un abile decisore strategico, pragmatico e attento.
In secondo luogo, scegliendo Shamkhani per un’istituzione formalmente presieduta dal presidente Massoud Pezeshkian, Khamenei manda un messaggio importante: un suo fedelissimo come rappresentante in un’organizzazione legata alla presidenza implica che la Guida Suprema intende plasmare una linea comune, non conflittuale tra apparati. E, terzo punto, il fatto che sia stato scelto assieme all’ex fedelissimo di Mahmoud Ahmadinejad e membro di peso dei Pasdaran Ali Larijani come rappresentante della Guida segnala che Khamenei intende pesare col bilancino la rappresentanza delle forze armate tradizionali e dei Guardiani della Rivoluzione nelle istituzioni apicali.
La Repubblica Islamica regge nonostante la guerra
Infine, non sfuggirà agli osservatori più attenti il fatto che Shamkhani è, mutatis mutandis, l’equivalente istituzionale riferito alla guerra con Israele dei veterani, ben più giovani, reduci della guerra Iran-Iraq degli Anni Ottanta, i compagni d’arme dei “martiri” caduti sul campo di battaglia che dall’esperienza accumulata contro Saddam Hussein trassero gloria e dividendi politici dopo il conflitto in una strana forma di “trincerocrazia” in salsa sciita.
A parlare di sicurezza nazionale e di trattative sul nucleare ci sarà in futuro, dentro e fuori l’Iran, una figura di peso di rango militare, non legata ai Pasdaran, vicina alla Guida Suprema ma fedele al presidente che può portare sul suo corpo i lividi del tentato assassinio israeliano. Un dato che in campo politico alza le credenziali nell’odierna Repubblica Islamica e rafforzerà il messaggio dialogante che Shamkhani potrà portare se e quando si riapriranno le trattative con gli Usa. Anche questo è un sintomo tanto del fatto che in Iran la struttura della Repubblica Islamica ha sostanzialmente retto alla guerra con Tel Aviv quanto di una visione politico-strategica dell’Ayatollah che disegna un apparato ben più complesso degli schemi riduzionisti spesso dominanti sui nostri media quando si cita l’Iran.
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