Iran sotto tiro: la Cina non corre al soccorso dell’alleato perché si era già premunita

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Perché la Cina non sta correndo a soccorrere il proprio alleato iraniano dopo l’attacco statunitense e israeliano del 28 febbraio? La risposta è semplice: la Cina e l’Iran non sono alleati. Tra i due Paesi esiste piuttosto una partnership strategica e commerciale, come è naturale che sia tra il principale importatore mondiale di petrolio e uno dei maggiori produttori dell’OPEC. Tuttavia, nessun trattato di mutua difesa vincola la Cina, così come nessun profondo allineamento ideologico.

All’indomani degli attacchi sul suolo iraniano, la condanna di Pechino non è tardata ad arrivare. In una serie di chiamate con la controparte russa, francese e omanita, il ministro degli Esteri Wang Yi ha definito “inaccettabile che gli Stati Uniti e Israele lancino attacchi contro l’Iran in corso di negoziati, ed è altrettanto inaccettabile che colpiscano e uccidano il leader di un Paese sovrano e instighino un cambio di governo.”

Una posizione che non sorprende gli osservatori della politica estera cinese. La Repubblica Popolare Cinese difende da decenni il principio di non interferenza e il rispetto della sovranità territoriale come pilastri dell’ordine internazionale. Questi principi, che diventarono il cardine del movimento dei Paesi Non Allineati, erano stati formalizzati nei Cinque principi di coesistenza pacifica proprio dal Premier cinese Zhou Enlai insieme alla sua controparte indiana Jawaharlal Nehru. La condanna per qualsiasi tentativo di cambio di regime in un altro Paese non è dunque un’eccezione tattica, ma un elemento strutturale della politica estera del dragone.

Il mancato intervento operativo in supporto di Teheran nonostante le dure condanne verbali ha alimentato speculazioni su una possibile debolezza cinese, quando al contrario si tratta di una chiara manifestazione di cosa significhi per Pechino difendere i propri interessi nazionali. Come in America Latina il Venezuela non era l’unico partner commerciale cinese, così l’Iran non è l’unico partner in Medio Oriente. Come spiega Evan Feigenbaum, Vicepresidente presso il Carnegie Endowment for International Peace, Pechino persegue “un portfolio diversificato” di relazioni nella regione. Se da un lato afferma di sostenere Teheran “nella difesa della sovranità e della sicurezza, dell’integrità territoriale e della dignità nazionale, nonché nella salvaguardia dei propri diritti e interessi”, come riportato dalla portavoce del Ministro degli esteri Mao Ning, dall’altro mostra solidarietà ai Paesi del Golfo, gli altri attori chiave regionali con cui la Cina ha costruito solide relazioni diplomatiche e commerciali.

Meglio il petrolio saudita

In Occidente siamo abituati a vedere le alleanze militari come il frutto di profonde convergenze ideologiche e strategiche che spingono i Paesi membri a un supporto incondizionato in caso di minaccia. Le relazioni tra Cina e Iran, tuttavia, non possono essere lette con le lenti dell’Alleanza Atlantica, che nel contesto delle relazioni internazionali è più un’anomalia che una norma. Pechino e Teheran non sono legati né da un accordo di mutua difesa né da un progetto ideologico comune, sebbene la celebre espressione “asse del male” coniata dal presidente statunitense George W. Bush abbia contribuito a creare un’idea di convergenza e allineamento che persiste ancora oggi.

Come descrive la corrispondente della BBC a Pechino, Laura Bicker, la relazione tra Cina e Iran è puramente transazionale. La Cina attribuisce valore al partner iraniano per ragioni energetiche, dunque le importazioni di gas e petrolio, e la comune rivalità strategica con gli Stati Uniti. Al di là di questi elementi, la Cina ha mostrato di sostenere legami più forti con i vicini regionali dell’Iran, ad esempio l’Arabia Saudita, come spiega William Figuero, specialista delle relazioni sino-iraniane presso l’università di Groningen.

Nel 2025 la Cina ha importato più petrolio da Riyadh che da Teheran e, se si considera la regione nella sua interezza, la Cina dipende per il 50% del grezzo importato dalle nazioni arabe e per il 17% dall’Iran. In questo contesto, un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, da cui transitano oltre 5 milioni di barili al giorno destinati al mercato cinese, rappresenta inevitabilmente un rischio per la sicurezza energetica di Pechino. Tuttavia, la forza cinese risiede nella sua lungimiranza e nella sua reattività alle crisi internazionali.

Negli anni la Cina ha costruito un sistema di riserve strategiche di petrolio che, secondo fonti di intelligence, potrebbe coprire circa 90 giorni di mancate importazioni. Allo stesso tempo, le pressioni esterne e il rischio di nuove vulnerabilità rappresentano un forte incentivo sia per rafforzare ulteriormente la rete di diversificazione delle fonti energetiche che per accelerare la transizione verso le rinnovabili, già un obiettivo strategico per il Partito. La Cina prevede infatti di raggiungere il proprio picco di emissioni di carbonio entro il 2030 e le previsioni sul quindicesimo piano quinquennale che verrà pubblicato questo mese suggeriscono il delineamento di un nuovo quadro normativo ambientale volto a garantire uno sforzo collettivo e coordinato verso la transizione.

Il mancato intervento cinese non dovrebbe essere la questione focale del dibattito perché è perfettamente coerente con l’idea di relazioni internazionali sostenuta da Pechino. Da osservare ora è invece come la Cina ripenserà la sua strategia di autonomia energetica di fronte a questo brusco campanello d’allarme. Dalla crisi finanziaria del 2008 alle tariffe imposte durante la prima presidenza Trump e non solo, Pechino ha mostrato ripetutamente la sua sensibilità agli shock internazionali. Non una sensibilità nel senso di vulnerabilità, ma piuttosto una forte capacità di reagire rapidamente e ricalibrare le proprie politiche per evitare che le stesse fragilità colpiscano nuovamente in futuro.