Notte di massacri in Libano, dove l’intesa Iran-Usa è stata accolta con rabbia da Tel Aviv, che ha continuato a martellare il Paese dei cedri. Stanotte, dopo che Hezbollah aveva messo a segno un’operazione che aveva provocato la morte di quattro soldati israeliani e il ferimento di altri cinque, l’DF ha bombardato alzo zero i villaggi libanesi uccidendo almeno 47 civili nel sonno.
Ciò avveniva dopo le minacce di ritorsione, tra cui spiccava, al solito, quella di Itamar Ben-Gvir: “Il Libano deve bruciare. Per ogni lacrima di una mamma israeliana, mille madri libanesi devono piangere”. Un aggiornamento al massimo rialzo dell’equazione nazista dieci per uno.
Ma circoscrivere tale follia sanguinaria all’isolato criminale è limitativo. Significativo in tal senso un titolo del media libanese L’Orient le Jour: “Il messianismo, l’albero nasconde la foresta della radicalizzazione israeliana”.
Lo ha detto in altro modo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: “Non sono solo vanterie o commenti di un folle anonimo e genocida; si tratta piuttosto di dichiarazioni pubbliche del Ministro della Sicurezza Interna di Israele. Il culto genocida della morte, con sede a Tel Aviv, rappresenta una minaccia per tutta l’umanità. Questo movimento minaccia tutti i popoli e il suo unico obiettivo è una guerra permanente e senza fine”.
Insomma, le roboanti dichiarazioni di Trump sulla sua capacità di imporsi sull’alleato e le rassicurazioni di Vance sull’adesione all’intesa raggiunta con l’Iran da parte di Israele sembravano del tutto velleitarie. Tanto che, dopo tanto sangue, l’Iran dichiarava inutile l’incontro di Ginevra, il primo dopo la firma del Memorandum di Islamabad, che rimanda a negoziati successivi la finalizzazione delle tematiche in sospeso.
Tutto sembrava saltare quando, a sorpresa, arrivava l’annuncio di un cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, che però ha visto l’IDF continuare negli attacchi, almeno mentre scriviamo. In realtà, al momento, appare solo un colpo di coda proprio della metodologia dell’esercito israeliano, che prevede un ultimo attacco massivo in concomitanza con una tregua (è così da anni).
Il cessate il fuoco in Libano è precondizione necessaria al dialogo, hanno ribadito le autorità iraniane, aggiungendo che la continuazione degli attacchi avrebbe innescato una reazione immediata da parte di Teheran. Da cui le pressioni americane per frenare l’alleato. A quanto pare hanno avuto successo, con Israele che accettava un cessate il fuoco, ma non siamo certo giunti al capitolo finale di questa tragedia.
Netanyahu, che oggi è addirittura (addirittura!) uno tra i più moderati politici israeliani – moderazione criticata dalle opposizioni, in teoria meno guerrafondaie – ha affermato che “l’esercito israeliano rimarrà in Libano finché sarà necessario”.
A colpire non è solo la disfida lanciata al LIbano, all’Iran, a Trump e al mondo, ma anche l’uso deliberato della formula vaga in voga – oggi un po’ meno – sotto la presidenza Biden per la guerra ucraina. Una formula che appartiene al lessico delle guerre infinite, alle quali il premier resta comunque consegnato usque ad effusionem sanguinis (altrui, ovviamente).
Tale pretesa di conservare la presa sul Libano confligge con il Memorandum di Islamabad, che al primo punto urge il ripristino dell’integrità territoriale libanese. E pone criticità al negoziato successivo, nonostante l’attuale cessate il fuoco ne consenta l’avvio – sempre che tenga, dal momento che le manovre di sabotaggio continueranno.
Braccio di ferro destinato a durare, che s’interseca con lo scontro al calor bianco nel cuore dell’Impero, dove i falchi hanno alzato un intenso quanto feroce fuoco di sbarramento contro Trump e Vance, colpevoli di aver vanificato il piano volto a incenerire l’Iran. Per avere la misura della tempesta che si sta abbattendo su Trump e Vance basta osservare i media mainstream americani.
ll partito delle guerre infinite sta investendo ingenti risorse per mandare all’aria tutto (i giornalisti sensibili a certe sirene costano). Non è la prima volta che assistiamo a sforzi similari e ricordiamo con certa apprensione che l’hanno più o meno sempre spuntata.
A nostra memoria c’è stata un’unica eccezione a tale regola, l’accordo con l’Iran stipulato al tempo di Obama (la canea sul ritiro dell’Afghanistan si alzò prepotente solo a ritiro avvenuto, perché deciso e realizzato saggiamente in tutta fretta). L’eccezione Obama incute certa speranza.