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Tero Varjoranta è un fisico finlandese con una grandissima esperienza nel campo della sicurezza nucleare. Dal 2013 è stato Direttore dell’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Due giorni fa si è improvvisamente dimesso per ragioni che non sono state chiarite e che, nel comunicato ufficiale, sono “personali e riservate”. Le sue dimissioni sono arrivate pochi giorni dopo le dichiarazioni del Premier israeliano Netanyahu sul fatto che Teheran in questi anni avrebbe mentito sulle proprie attività nucleari e dopo la decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) riaccendendo il conflitto con la Repubblica islamica.

Varjoranta è stato in questi anni uno dei principali mediatori con Teheran sulla questione del nucleare; il tecnico e diplomatico che ha fatto ispezionare i siti iraniani e verificato che il programma di armamento non convenzionale si fosse interrotto. All’indomani delle accuse di Netanyahu che hanno portato alla svolta americana, l’Aiea da lui diretta ha ribadito che da dopo il 2009 “non esistono indizi credibili che l’Iran persegua un programma coordinato di armamento nucleare”.

Un giorno dopo le dimissioni di Varjoranta, un’altra figura centrale dell’accordo ha lasciato il proprio posto: l’americano Richard Johnson, uno dei massimi esperti al mondo di proliferazione nucleare e uomo cardine del Office of Iran Nuclear Implementation del Dipartimento di Stato Usa. Anche lui non ha chiarito le ragioni delle dimissioni.

Strane minacce

Il motivo del perché due dei tecnici più apprezzati che hanno lavorato al JCPOA abbiano deciso di lasciare i loro rispettivi incarichi si avvolge di mistero; la loro decisione appare inspiegabile considerando oltretutto che l’accordo rimane in vigore con gli altri Paesi che lo hanno sottoscritto: e cioè i membri del Consiglio permanente dell’Onu (Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna), la Germania e poi in aggiunta l’Unione Europea.

Subito dopo le due dimissioni, negli ambienti neo-con Usa (in prima linea per spingere Trump al conflitto con l’Iran) e negli ambienti dell’opposizione iraniana sono state fatte circolare voci di ragioni legate ad un presunto giro di tangenti iraniane che coinvolgerebbero tecnici e politici occidentali.

Raman Ghavami, analista curdo-iraniano legato ai circoli occidentali ed editorialista del Jerusalem Post, in un twitter ha rivelato che il primo consigliere del ministro degli Esteri iraniano Ansari Zarif, avrebbe minacciato gli europei che se non si fossero opposti alla decisione Usa e si fossero piegati alle richieste di Trump di interrompere gli accordi commerciali “l’Iran avrebbe rivelato i nomi dei politici europei pagati durante gli accordi sul nucleare”.

H.J.Ansari Zarif’s senior advisor: “If Europeans stop trading with Iran and don’t put pressure on US then we will reveal which western politicians and how much money they had received during nuclear negotiations to make #IranDeal happen.”
That would be interesting.#JCPOA

— Raman Ghavami (@Raman_Ghavami) 8 maggio 2018

La notizia, non comprovata da alcun elemento, è immediatamente rimbalzata sui siti più estremi della destra neo-con Usa come prova che la decisione di Trump starebbe scoperchiando le complicità dei deboli europei.

Documento segreto

La realtà è forse più semplice: in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno un nemico storico la cui capitolazione è l’obiettivo da sempre dei disegni di egemonia americana: l’Islam sciita. Non solo per ragioni geopolitiche ma anche perché Iran e Siria rappresentano i fondamentali avversari dei due alleati storici di Washington: Israele e Arabia Saudita.

Fallito il regime change in Siria attraverso l’induzione di una guerra di aggressione travestita da guerra civile, Washington e i suoi alleati mediorientali hanno deciso di indirizzare il conflitto direttamente contro l’Iran.

Lo schema sembra essere lo stesso del 2002 contro l’Iraq: diffondere un falso pericolo di minaccia per la sicurezza mondiale in capo ad un regime ostile e determinare il suo abbattimento.

Il pericolo di ieri erano le armi chimiche di Saddam (inesistenti); il pericolo di oggi è la presunta bomba atomica degli ayatollah (anch’essa inesistente almeno per quanto affermano l’Aiea e gli europei). Cambia però la strategia sul come attuare il regime change; all’invasione militare in Iraq, oggi Washington sostituisce lo “strozzamento economico” dell’Iran con l’appoggio all’opposizione anti-ayatollah che s’intensificherà con la crisi economica indotta artificialmente.

Il Washington Free Bacon, giornale d’inchiesta di area conservatrice, ha svelato il piano studiato dal SSG (Security Studies Group), il think tank di analisti e consiglieri della Casa Bianca vicini al falco neo-con John Bolton, oggi Consigliere alla Sicurezza Nazionale di Trump e principale sponsor di un intervento contro l’Iran.

Come ha spiegato il Presidente del SSG, Jim Hanson: “l’’amministrazione Trump non intende inviare carri armati per rovesciare direttamente il regime iraniano. Ma auspica di poter trattare con un governo post-mullah a capo di un Iran privo di armi nucleari e meno pericoloso”. Da qui il sostegno “alle minoranze etniche e religiose oppresse dal regime per creare le condizioni per una campagna efficace volta a spaccare lo Stato iraniano”.

Ed è questa la vera ed unica ragione della decisione di abbandonare il JCPOA: non prove di armi nucleari ma necessità di non avere vincoli o accordi con Teheran per poter generare il regime change in Iran.

E questo è anche il motivo per cui  Washington vuole che il sistema della sanzioni contro l’Iran sia il più totale possibile da parte dell’Occidente, per mettere in ginocchio quell’economia.

Da qui il contrasto con gli europei (Germania, Francia e Italia in primis) che non intendono annullare le decine e decine di miliardi di euro di accordi commerciali e industriali con l’Iran; sopratutto dopo la perdita di fatturato che le imprese europee sono state costrette a subire a causa delle sanzioni alla Russia imposte da Washington e Londra.

Se l’Europa dovesse mantenere le sue posizioni sul JCPOA e sull’Iran, Washington sarà costretta a scegliere tra le pressioni di Israele e Arabia Saudita affinché il regime iraniano venga abbattuto o la tenuta dell’unità dell’Occidente. È evidente che nella decisione di Trump giocherà un ruolo il desiderio americano di riprendere, dopo i disastri compiuti in Libia e Siria, quel ruolo guida in Medio Oriente oggi offuscato dalla Russia di Putin.

@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca