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L’economia dell’Iran langue e boccheggia. L’inflazione, frutto di una lunga stagnazione e acuita dalle nuove sanzioni internazionali, ha raggiunto quasi il 50 per cento erodendo il potere d’acquisto della popolazione e il rial è in caduta libera: in cinque anni la valuta nazionale ha perso dieci volte il suo valore rispetto al dollaro con una brusca accelerazione negli ultimi mesi: da ottobre si è passati da 330 mila rial per un dollaro a 450 mila.

Prima conseguenza una larga parte della popolazione vive a ridosso (o sotto nelle zone rurali) della soglia minima di povertà e il tasso di disoccupazione i giovani tra i 15 e i 24 anni è schizzato al 30 per cento. Una cifra drammatica se si pensa che il sessanta per cento degli 80 milioni di iraniani ha un’età inferiore ai 30 anni. Un disastro che getta altra benzina sul fuoco del malessere sociale esploso dopo l’assassinio lo scorso 16 settembre della giovane studentessa curda Masha Amini da parte della famigerata “polizia morale”, il braccio violento della teocrazia.

Verso un’economia di guerra

Mentre smunte casse statali piangono e le proteste continuano, nonostante la repressione in atto (quasi 500 morti, una decina di esecuzioni e oltre 15 mila arresti), il regime di Ebrahim Raisi prosegue dritto sulla sua strada e si appresta a marzo prossimo a varare la nuova finanziaria. Nel segno della continuità più severa. In questi giorni il Presidente ha presentato al parlamento di Teheran — un organo dominato dagli ultra conservatori — un piano che non lascia dubbi. Malgrado i morsi dell’inflazione e la recessione economica, il regime si appresta ad investire i 119 miliardi di euro previsti privilegiando la difesa, la sicurezza interna e le istituzioni religiose il tutto a scapito dei necessari investimenti per la coesione sociale (scuola, sanità, ricerca etc.). Insomma, tra burro e cannoni gli inturbantati ayatollah hanno scelto i secondi.

Nello specifico i servizi segreti e l’onnipotente milizia di stato dei “guardiani della rivoluzione” vedranno raddoppiati i loro già consistenti budget, i fondi per i servizi penitenziari e della polizia cresceranno del 45 per cento mentre l’ufficio della propaganda religiosa del seminario di Qom riceverà un aumento del 55 per cento. Fuori budget vi sono poi 3 miliardi di dollari extra, ricavati dagli introiti dell’industria petrolifera, destinati alle forze armate della repubblica islamica. In totale oltre il 20 per cento della legge finanziaria verrà destinato a spionaggio, difesa, polizia e propaganda, un‘economia di guerra che incanala il Paese in un’ineluttabile regressione.

Il paradosso dell’Iran

Un paradosso per una terra che possiede il 18 per cento delle riserve mondiali di gas naturale e l’11,3 di quelle petrolifere, ma il Presidente non deflette. Raisi, al potere dal giugno 2021 dopo elezioni segnate da un massiccio astensionismo, promette un ennesimo giro di vite per chi osa protestare o semplicemente dissentire.

Una visione ferrigna ma miope che sembra non tener conto delle tensioni interne e, soprattutto, dal distacco e dal crescente risentimento da parte della sempre più impoverita classe media, segmento centrale della società iraniana e sin dal 1979 blocco sociale di riferimento del regime degli ayatollah. Chi può emigra, chi resta mugugna, s’arrabbia, protesta. Spesso finisce in galera, talvolta muore su una forca.

Ma se tantissimi soffrono, vi è, come sempre succede, chi festeggia e banchetta. Attorno alla teocrazia un circuito di privilegiati vive e prospera sfruttando ogni possibile opportunità. Non a caso, come si evince proprio dai dati diffusi dal ministero del Welfare iraniano, le disuguaglianze economiche continuano ad aumentare: il 10 per cento delle famiglie più ricche iraniane beneficia del 31 per cento del reddito nazionale lordo, mentre il 10 per cento delle famiglie più povere se ne mette in tasca appena il 2%. Un dato drammatico che rende ancor più rigida la morsa della teocrazia sul popolo e, al tempo stesso, sempre più instabile la situazione interna.