Iran, parla Bradanini: “L’Ue? Il bando di Metsola irrilevante. Gli iraniani guardano avanti, non a Pahlavi”

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Alberto Bradanini è un profondo conoscitore della Repubblica Islamica dell’Iran e di ciò che accade nel Paese persiano. Ex diplomatico italiano di spicco, Bradanini ha ricoperto numerosi incarichi presso la Farnesina e all’estero, tra cui Console Generale a Hong Kong, Consigliere Commerciale a Pechino negli anni Novanta, Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina, responsabile dell’ufficio istituzionale internazionale di Enel e, soprattutto, Ambasciatore d’Italia in Iran (Teheran, 2008-2012) e in Cina (Pechino, 2013-2015). Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda sulle proteste che hanno investito il Paese nelle ultime settimane e per commentare le mosse dell’Ue e degli Stati Uniti.

Ambasciatore Bradanini, in questi giorni si parla molto della situazione in Iran, spesso senza una profonda conoscenza dei fatti. Recentemente, la Presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, ha annunciato la decisione di bandire i diplomatici iraniani a causa delle proteste in corso. Cosa ne pensa di questa mossa?

“Ormai l’Unione Europea è un luogo depravato dal punto di vista politico, etico, geostrategico e istituzionale. Tutto quello che viene da lì, fa francamente vomitare. Questa decisione del Parlamento Europeo è del tutto irrilevante e ridicola, come molte altre prese dalle istituzioni europee. E purtroppo noi siamo ingabbiati in questa struttura, perché l’Unione Europea non è un super governo ma una super tecnocrazia che ha sottratto sovranità ai governi nazionali e ha contribuito al declino di Paesi come l’Italia.

In Europa, le decisioni importanti sono prese da francesi e tedeschi, mentre il Parlamento Europeo non conta nulla: non inizia i procedimenti legislativi, poiché le leggi sono preparate dalla Commissione, influenzata a sua volta dalle multinazionali e dalle corporazioni di Wall Street e della City di Londra. Gli Stati Uniti, attraverso queste entità, dettano le regole. Questa mossa di Metsola è solo un gesto per farsi notare, senza alcun impatto reale. I diplomatici iraniani possono ignorarla tranquillamente o andare a prendersi un caffè al bar. È uguale. Quello che fa Metsola non ha alcuna importanza”.

Parlando delle proteste in Iran, ci sono prove di ingerenze straniere. Qual è la sua analisi in merito?

“Premetto che non difendo affatto il regime iraniano, che non è una democrazia e che, se potessi, sostituirei con un sistema più rispettoso dei diritti. Tuttavia, è evidente che le proteste sono almeno in buona parte orchestrate dal Mossad e dalla CIA, come ammesso peraltro da figure come Mike Pompeo, ex Segretario di Stato sotto Trump, e dal Mossad stesso in vari tweet. Si tratta di una “rivoluzione colorata” simile a quella di Maidan in Ucraina, con teppisti e terroristi che provocano reazioni violente. L’obiettivo non è la democrazia, ma installare un governo filo-americano”.

Perché gli Stati Uniti sarebbero interessati a destabilizzare l’Iran?

“Gli americani vogliono controllare il petrolio iraniano per mantenere l’egemonia del dollaro. Se il dollaro crolla, crolla l’economia USA, che ormai produce poco: soia, armi e tecnologia informatica volatile. Tutto il resto viene dalla Cina. L’Iran serve come “nemico costruito” per giustificare tensioni, vendere armi e mantenere l’adesione dei Paesi vicini al sistema americano. Inoltre, è un pretesto per Israele per continuare le azioni contro i palestinesi”.

Trump si è schierato con i manifestanti.

“Ipocrita da parte del presidente Usa parlare di sensibilità per le vittime in Iran quando gli stessi leader occidentali, come Trump, hanno sostenuto il genocidio israeliano contro i palestinesi. Dal cessate il fuoco del 9 ottobre scorso, centinaia di bambini e adulti sono stati uccisi, ma non se ne parla affatto”.

Come potrebbe evolvere la situazione in Iran?

“Fino a poco fa, sembrava che il governo avesse ripreso il controllo, con manifestazioni imponenti a suo favore. Le vere rivoluzioni, va detto e spiegato, sono terribili: portano a milioni di morti, distruzioni e violenze, come più volte accaduto nella storia. Qui si tratta di un tentativo di colpo di Stato, non di una rivoluzione organica. Se la leadership repressiva (l’esercito) si spacca, cambia tutto; altrimenti, fallisce. L’Iran ha il diritto di difendere il suo Paese. Invece di interferire, dovremmo togliere le sanzioni, fare accordi commerciali e investimenti: in 10-15 anni, il Paese cambierebbe, come è successo in Cina sotto lo stesso partito comunista”

L’accordo nucleare del 2015 poteva cambiare le cose?

“Sì, l’accordo voluto da Obama avrebbe potuto portare a investimenti, scambi scientifici e commerciali, portando a una maggiore tolleranza e al rispetto del rule of law. Ma lo Stato profondo USA non ci ha mai creduto, e Trump lo ha cancellato nel 2018. Se fosse rimasto, l’Iran sarebbe diverso. Oggi c’è un popolo diviso, che nella maggioranza dei casi vuole più diritti e tolleranza, e non la legge islamica. Ma nemmeno un fantoccio filo-americano”.

Si sente parlare del figlio dello Shah come possibile alternativa. Cosa ne pensa?

“Il figlio dello Shah, Reza Pahlavi, ha 65 anni e ha lasciato l’Iran a 17. Non conosce il Paese, non ha legami reali e la maggioranza giovane non si ricorda dello Shah, che era un dittatore con la Savak (polizia segreta). Lui ha evidenti legami con la CIA o con il Mossad, e viene promosso per interessi esterni. Gli iraniani guardano da sempre avanti, non indietro: vogliono una democrazia nuova, non un burattino filo-israeliano, dopo che Israele ha ucciso scienziati iraniani e bombardato il paese nella guerra dei 12 giorni”.

Israele e l’Iran: c’è rischio di escalation?

“Israele ha la bomba atomica (non dichiarata), e l’Iran ha uranio arricchito (400 kg, secondo l’AIEA), quindi non si può escludere che ne abbia una. Gli israeliani sono imprevedibili e potrebbero usarla. Nel giugno scorso, USA e Israele hanno bombardato l’Iran senza motivo, ma noi non li abbiamo certo sanzionati. È la classica doppia morale”.