Sono giorni decisivi per l’Iran al confine tra guerra e pace. La storia futura del Paese si gioca a Islamabad, dove il Pakistan cerca la mediazione decisiva con Washington, ma anche nei rapporti di potere di Teheran. La Repubblica Islamica è all’ennesimo bivio della sua storia recente, e l’ultimo miglio di negoziati per trovare un accordo pragmatico con gli Usa capace di concludere la Terza guerra del Golfo e capitalizzare il sostanziale successo di una strategia difensiva condotta dal 28 febbraio in avanti sarà anche il crocevia per il futuro dell’Iran. La fase di negoziati e gli scenari che l’Iran sceglierà di evolvere codificando regole future per il controllo dello Stretto di Hormuz e dinamiche precise per la sicurezza regionale impatteranno sull’autopercezione della Repubblica Islamica, sulla sua identità politica e sul suo consolidato obiettivo di garantirsi la sopravvivenza, ed ecco che nei negoziati con gli Usa mediati dal Pakistan c’è in gioco molto.
Le sfide dell’Iran tra guerra e pace
Morta la Guida Suprema Ali Khamenei, uccisi nei raid mirati anche i “grandi vecchi” che avrebbero potuto traghettare l’Iran su una nuova fase, i segretari del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, e del Consiglio di Difesa, Ali Shamkhani, la Repubblica Islamica arriva alla pausa nella Terza guerra del Golfo come una poliarchia che si mette in gioco nella gestione degli esiti del conflitto.
Ad oggi, il sistema di potere sembra essere incardinato sulla sponda tra il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi che interiorizzano la spinta del capo dei Guardiani della Rivoluzione, Ahmad Vahidi, che rivendica il peso dei Pasdaran nella risposta a Usa e Israele e guarda maggiormente di traverso la prospettiva di un accordo che non garantisca le fondamenta securitarie del Paese centroasiatico. Sul breve periodo, la pressione dell’Irgc sui negoziatori ha contribuito a portare avanti una linea che ha spinto l’Iran a veder le carte statunitensi e a protrarre la sfida politica con il rifiuto degli ultimatum così da cercare una via di uscita positiva: “Teheran non ha ceduto su nessuna delle sue linee rosse”, ha commentato Danny Citronowicz dell’Institute of National Security Studies della Tel Aviv University, sottolineando che l’Iran non ha dato sponde “né sull’arricchimento dell’uranio, né sul programma missilistico, né sui suoi alleati regionali (dove persino il cessate il fuoco in Libano può essere interpretato, dal punto di vista iraniano, come prova della sua capacità di imporre una de-escalation più ampia a condizioni vantaggiose per i suoi partner), né sullo Stretto di Hormuz”.
Escalation o trattativa?
Per l’analista israeliano, spesso critico della strategia di Tel Aviv e Washington, non c’è dubbio che “il margine di compromesso dell’Iran è intrinsecamente limitato” e in caso di stallo dei colloqui Usa e Israele dovrebbero chiedersi non tanto se “l’escalation sia possibile, ma cosa otterrebbe effettivamente, soprattutto considerando che è improbabile che porti alla capitolazione iraniana”. Questo atteggiamento mostra anche l’ambivalenza nella classe dirigente iraniana: Araghchi e Ghalibaf, intrinsecamente, preferirebbero, dai fatti e dalle mosse che hanno presentato, una rinnovata pressione politica per chiudere diplomaticamente la partita.
Questo potrebbe dare un secondo tempo alle autorità civili, dai riformisti ai conservatori moderati, per poter governare la transizione al post-Khamenei dopo che nelle due fasi critiche dell’ultimo anno, i periodi bellici (giugno 2025 e febbraio-aprile 2026) e la fase di proteste e violente repressioni di fine 2025 e inizio 2026, l’ala militare e securitaria è stata la grande protagonista e nel nuovo agone politico potrà anche rivendicare i sacrifici subiti: i Pasdaran sono guidati da Vahidi da marzo dopo che i due precedenti capi, Hossein Salami e Mohammad Pakpour sono stati uccisi da Israele negli attacchi inaugurali delle due guerre con Teheran, assieme a una lunga lista di altre figure apicali. In parallelo, molte figure di punta preparano un Iran diverso.
Alla guida della Sicurezza Nazionale, la morte di Larijani ha causato la promozione del 72enne Mohammad Bagher Zolghadr, ultraconservatore vicino ai Pasdaran. Sembra relegato in secondo piano il presidente della Repubblica Masoud Pezeshkian, mentre Araghchi e Ghalibaf, nei confronti mediati dal Pakistan, si giocano molto, ivi compresa la possibilità di dare le carte mentre sempre più emerge la tendenza della “nord-coreanizzazione” del regime, ovvero di spingere il post-Ali Khamenei a trasformare l’Iran in un regime ultra-securitario, fortemente conservatore, impermeabile al mondo esterno, basato su una retorica di scontro e costantemente militarizzato.
Ghalibaf, Araghchi e le nuove rotte del potere in Iran
Gulf News nota che l’ascesa di Ghalibaf a regista del team negoziale “riflette sia la necessità che il calcolo: un operatore esperto che si fa avanti in un momento di crisi, ma che deve comunque destreggiarsi tra i diversi centri di potere in competizione”, in quanto il presidente del Parlamento “ex comandante dell’aeronautica militare delle Guardie Rivoluzionarie, capo della polizia e sindaco di Teheran, unisce un’esperienza militare a una solida competenza politica, il che lo rende una delle poche figure in grado di fungere da ponte tra le istituzioni di sicurezza e quelle civili dell’Iran”. Araghchi è considerato l’anello debole della catena, in tal senso, tanto da essere stato accusato da alcuni deputati di fare dichiarazioni ad arte su Hormuz e vari scenari, come la riapertura dello Stretto, per calmierare i mercati energetici e fare qualche forma di favore all’Occidente. Una manovra politica torbida ma che mostra come attorno alla fine della guerra si sta costruendo il nuovo apparato di potere in cui, peraltro, anche l’enigmatica figura di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali scelto come nuova Guida Suprema “resistenziale” dell’Iran, andrà valutata per capire se considerarla nel calcolo politico o meno. Come dicevamo, per l’Iran vincere la pace sarà la vera sfida. L’anima della Repubblica Islamica, senza Khamenei padre, è cambiata per sempre. Ma la rotta che dovrà prendere è incerta.
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