“Impedire all’Iran di arrivare al Mar Mediterraneo attraverso la Siria”: questo l’obiettivo di Donald Trump, come da articolo del New York Times di oggi. Un cenno che identifica il nodo cruciale del Medio Oriente (e non solo).

E che spazza via la retorica dispiegata da anni: l’intervento occidentale in Siria e l’allarme sul pericolo del nucleare iraniano hanno tale obiettivo.

La querelle ha motivazioni regionali: si ratta di evitare che Teheran diventi, tramite lo sbocco al Mare nostrum, la potenza egemone del Medio oriente.

Uno sviluppo che Israele vede come una minaccia esistenziale, stante che si sentirebbe accerchiata da una potenza (percepita come) irriducibilmente ostile e fuori dalla portata di un ingaggio bellico risolutivo.

Per l’Arabia Saudita sarebbe invece un drastico e definitivo ridimensionamento del suo ruolo di Paese guida del mondo islamico, che gli è consegnato in qualità di partner privilegiato dell’Occidente.

Lo sviluppo mediterraneo dell’Iran suscita anche preoccupazioni a livello globale: Teheran diventerebbe, infatti, inevitabilmente, una direttrice privilegiata per la Via della Seta cinese.

In parallelo, tale evoluzione porterebbe a un incremento dei rapporti tra Teheran e Mosca, foriero di nuove opportunità commerciali e geostrategiche per entrambe.

Tale scenario andrebbe a influire sugli equilibri del Mediterraneo, oggi una sorta di lago privato dei Paesi occidentali.

Il multiforme sviluppo che ne deriverebbe sarebbe infatti al di fuori del loro controllo.

Peraltro ciò andrebbe a ledere la leadership globale degli Stati Uniti d’America, dal momento che creerebbe nuovi legami tra Europa e Oriente, sottratti al vincolo Atlantico.

Washington, o almeno taluni ambiti atlantici, hanno sempre avuto come punto fermo quello di staccare Mosca dall’Europa (con il Muro prima e poi con la creazione di un’Europa dell’Est svincolata da Mosca).

Di impedire cioè la realizzazione di quell’unione euroasiatica dall’Atlantico agli Urali agognata da Gorbacev, che grazie alle risorse russe e alla tecnologia europea diventerebbe il motore del mondo.

La Via della Seta mediterranea per via iraniana rappresenterebbe la realizzazione, attraverso la classica mossa del cavallo, di quell’asse Oriente-Europa tanto avversato.

L’inclusione di Pechino conferirebbe a tale asse una valenza ancora più preoccupante per gli ambiti atlantici.

Tante dunque le posizioni e gli equilibri che lo sbocco iraniano al Mediterraneo verrebbe a minare, certo non nell’immediato, ma nel futuro prossimo sì.

Da qui il contrasto. Certo, si potrebbero rinvenire compromessi alti che rendano meno cupo tale scenario per gli Stati Uniti (non per il Regno Unito, che ne risulterebbe emarginato, da cui certo nervosismo britannico).

Gli Usa potrebbero infatti restare competitivi usando della loro superiorità Tecnica per aprirsi a prospettive nuove.

In fondo è l’idea della Great America di Trump, diventato presidente degli Stati Uniti affermandosi proprio contro la candidata degli ambiti atlantici (Hillary Clinton) e aprendo a un rapporto meno conflittuale con Mosca. E per il quale l’opposizione allo sviluppo mediterraneo di Teheran appare più una concessione a pressioni altrui che una determinazione propria, stante la volontà di ritirare gli Usa dal Medio oriente.

Più complesso placare le preoccupazioni di Israele, dal momento che è difficile, sia per loro che per i loro interlocutori, districarsi tra minacce reali e percepite. E quelle dei monarchi sauditi, per i quali l’ascesa iraniana comporta necessariamente il declino di Ryad. 

La via mediterranea di Teheran tramite Damasco presenta, dunque, criticità delicatissime e a vari livelli.

Da qui la complessità della guerra siriana, epicentro della guerra mondiale fatta a pezzi denunciata da papa Francesco. E il rischio di collisioni di livello globale, come accaduto per i recenti raid in Siria.

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