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L’attacco all’Iran incombe. Dopo le minacce di Trump, quelle di Marco Rubio, che è riuscito a dire in un’audizione del Senato che il rafforzamento della presenza militare in Medio oriente serve a proteggere le forze già stanziate nella regione da un attacco iraniano, mai stato a tema, e per sferrare, se necessario, un attacco preventivo, se gli States avessero informazioni in tal senso.

Rubio raises potential for preemptive strikes against Iran: ‘I hope it doesn’t come to that’

Neocon d’accatto – altra cosa il luciferino Bolton, portavoce di tali circoli nella pregressa amministrazione Trump – il Capo del Dipartimento di Stato non è riuscito a confezionare una propaganda neanche lontanamente verosimile per giustificare i preparativi di guerra. Tant’è.

Pochi gli spiragli. Se si vuole tentare di tener viva un pallido barlume di speranza, si può provare a cercare nelle pieghe del post su Truth social di Trump, che al di là della proposta di accordo (vedi nota pregressa), sembrava contenere spunti in tal senso.

Anzitutto, come segnalato anche dal New York Times, Trump ha focalizzato la sua richiesta di negoziato solo sulla cessazione dell’arricchimento dell’uranio, senza fare alcun riferimento alla pregressa repressione delle manifestazioni/regime-change, nonostante la retorica precedente sul tema.

La criminalizzazione di Teheran avrebbe impedito qualsiasi dialogo, che in tal modo resta possibile. Inoltre, nel post di Trump nulla si dice sulla dismissione da parte di Teheran del suo apparato missilistico né della rescissione dei rapporti con i suoi alleati regionali, richieste invece avanzate giorni fa dal suo inviato Steve Witkoff.

Richieste, queste ultime, inaccettabili per Teheran, sia perché si tratta di alleanze che prescindono dalla geopolitica, dal momento che appartengono a un portato politico, storico e religioso che rende tali rapporti inscindibili ed esistenziali; sia perché chiedere a Teheran di eliminare il suo apparato missilistico equivale a chiederne la disgregazione, dal momento che sarebbe facile preda di Israele e delle manovre destabilizzatrici che da tempo tentano di frammentare il Paese lungo le linee di faglia etniche.

Così il post di Trump, nella sua aggressiva follia, lascia aperte possibilità. Inoltre, appare interessante un cenno alquanto singolare del post, che abbiamo sottolineato nella nota citata, ma non esplicitato. Infatti, Trump ha chiamato le forze Usa ammassate nella regione “armada”, termine che non può non rievocare l’invincibile armada spagnola, affondata nel tentativo di conquistare l’Inghilterra.

Riteniamo che non sia stato Trump a scegliere quel termine perché non crediamo che abbia un tale bagaglio storico, ma chi l’ha scelto per lui – certo di proposito – deve avergli spiegato l’evocazione, ricevendone l’approvazione. Ergo, va inteso come se fosse farina del suo sacco.

Ora, è possibile che sia stato scelto con tragicomica leggerezza, ma potrebbe anche essere un segnale all’Iran di non prendere troppo sul serio le minacce, rafforzando la richiesta di dialogo (in passato, Trump ha usato stralunati codici nei suoi post).

Nella speranza che sia la seconda opzione, resta appunto la bizzarra scelta, che riecheggia una storica sconfitta che sancì il declino non più reversibile dell’impero spagnolo, al quale, dopo l’affondamento dell’armada, si chiusero le vie del mare. Termine evocativo, appunto.

Non che l’Iran abbia le capacità per vincere questa guerra, sempre se guerra sarà. Tuttavia è da vedere se un’aggressione di tale portata, ché l’Iran non è l’Iraq, non sia un azzardo eccessivo per l’impero americano in declino e per un Israele che, dopo tante guerre, dà segni di logoramento (per ora mascherato dai trionfi sanguinari, dall’esaltazione ideologico-messianica e dalla indiscutibile Tecno-potenza, che lo fanno abitare una realtà virtuale; ma la realtà ha il vizio di chiedere il conto prima o poi).

Non è solo la capacità balistica iraniana a porre criticità a tale sanguinaria avventura, anche la chiusura dello Stretto di Hormuz, che avrebbe ripercussioni sul commercio globale, e la destabilizzazione regionale conseguente, che Israele potrebbe non essere in grado di gestire (anche questa, peraltro, avrebbe ripercussioni globali). Per dirla con le parole del presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf: “Forse il signor Trump può scatenare una guerra, ma non ne avrebbe il controllo”.

Fin qui il barlume di speranza che continuiamo a conservare nonostante la consapevolezza avversa. Barlume che ci permettiamo anche per quanto dichiarato dal citato Qalibaf in un’intervista alla CNN, nella quale ha tenuto aperta la porta al dialogo. E per un post su X del viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, il quale ha riferito che il suo Paese e gli States si stanno scambiando messaggi tramite intermediari (Tansim agency).

Di oggi, poi, la visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed in Russia per incontrare Putin. Nessuno in Medio oriente, a parte Netanyahu e soci, vuole questa guerra. I leader regionali sono consapevoli delle conseguenze catastrofiche che potrebbero conseguirne. La visita moscovita di Bin Zayed ha tutta l’aria di un appello disperato. Lo zar da parte sua, continua a ribadire la sua disponibilità a mediare.

Ma Trump, dopo essersi piegato tanto ai diktat di Netanyahu e dei neocon e aver forzato tanto la mano, può ritirarsi senza colpo ferire? Inoltre, sembra arduo che possa ripetersi quanto avvenne a giugno, quando all’attacco simbolico seguì una reazione altrettanto simbolica. Il tempo si è fatto breve.

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