Lo spettro dell’ayatollah Khomeini continua ad aggirarsi per il Medio Oriente, minacciando di dar vita a poltergeist distruttivi dalla Mesopotamia al Levante. È in crisi, con una società in fermento e i gangli del potere popolati di quinte colonne, ma non demorde. Perché ha dei sogni reconditi da realizzare: la costruzione del cosiddetto Asse della resistenza, cioè un corridoio iranocentrico esteso da Teheran a Tartus, e l’ingresso nel club delle grandi potenze.

Il tempo sembra scorrere contro il regime rivoluzionario, ferito da omicidi eclatanti, sanzioni taglienti e sabotaggi alle infrastrutture, eppure è ancora lì. Mentalmente rimasto al 1979, l’anno della rivoluzione conservatrice, e col dente avvelenato per il Secolo delle umiliazioni, iniziato con la battaglia di Herat del 1856 e terminato con l’operazione Ajax del 1953.

L’Iran degli anni Venti del XXI secolo è profondamente polarizzato, in parte un lascito dell’operazione Ajax, dove alle élite liberali e secolarizzate delle metropoli si contrappongono gli abitanti conservatori del Paese profondo. E sarà questo alto tasso di polarizzazione sociale, più che le pressioni provenienti dall’esterno – la competizione tra grandi potenze e la guerra con l’intesa arabo-israeliana –, a rappresentare la grande variabile da monitorare per capire quello che potrebbe essere il futuro dell’ultima espressione imperiale di Persia.

Lo scontro tra linee temporali

La grande sollevazione delle élite urbane e delle minoranze etniche dell’ultimo quarto del 2022, scaturita da un caso di brutalità poliziesca che ha privato della vita Mahsa Amini – l’incarnazione degli ultimi: giovane, donna e curda –, è destinata a lasciare dei tagli profondi nel volto e nell’anima della Rivoluzione khomeinista.

Non è stata la prima volta che le masse universitarie, l’imprenditoria urbana, le donne e le minoranze etniche sono scese per le strade delle grandi città per reclamare maggiori libertà individuali, maggiore democraticità del sistema politico e l’allentamento della legislazione religiosa. Ma è stata una prima volta sensazionalistica, di gran lunga superiore all’Onda verde del 2009-10, per quello che concerne arresti, copertura internazionale, durata, feriti, morti e profanazioni di simboli.



1979 contro 2022. In Iran, all’indomani della morte di Mahsa Amini, si sono affrontati gli abitanti e le rispettive visioni delle due linee spaziotemporali che lo caratterizzano, passato e presente, e che lo rendono una sorta di multiverso altamente infiammabile ed estremamente vulnerabile. Perché, storia alla mano, le continue ricerche di emancipazione geopolitica dell’Iran sono sempre naufragate contro il Kang di turno, ieri russi e britannici e oggi statunitensi e loro alleati, in grado di navigare tra le linee e di manipolarne gli eventi. Ajax docet.

Nel 2022, nonostante analisi e grande stampa abbiano ritenuto quasi certo un cambio di regime dal basso, la linea del passato ha prevalso su quella presente. Minoranze e ceti urbani hanno perso perché nessun Kang è venuto in loro soccorso, complice anche il disinteresse degli Stati Uniti – la paura di creare un vuoto di potere imprevedibile e ingestibile –, perché Russia e Cina hanno offerto expertise in materia di controinsorgenza, come già accaduto durante l’Onda verde e le proteste del 2011, e perché il paese profondo si è mobilitato en masse a protezione dell’ordine khomeinista – anacronistico, certamente, ma sinonimo di stabilità.

Alla ricerca di un posto nel mondo

La rivoluzione iraniana è un lavoro incompiuto, un cantiere in corso, perché il processo di istituzionalizzazione del carisma nel dopo-Khomeini non è riuscito ad imporre i valori del ’79 e la fede nello sciismo duodecimano all’intera nazione. Mai.

La linea del ’79 è stata vittima di un crescendo di incursioni dalla linea dell’anti-rivoluzione ed è stata esposta in maniera permanente ad un regime sanzionatorio che ha avuto successo laddove ha inibito la corsa dell’Iran alla grandezza economica e a una Guerra Fredda che ha privato la piramide del potere di generali e cervelli, sullo sfondo dei continui tentativi delle potenze rivali di diffondere valori ostili al khomeinismo nella società. Impossibile, o meglio molto difficile, convertire le masse al credo dei padri fondatori in una situazione del genere.

Oggi come ieri, anzi più di ieri, l’Iran è in lotta contro se stesso e contro le grandi potenze che aspirano all’egemonia su Grande Medio Oriente e Asia centromeridionale. Il tempo e le risorse da dedicare alla nazionalizzazione in senso conservatore dei persiani sono insufficienti. La Rivoluzione resiste, ma non può procedere nelle direzioni desiderate. Il fantasma di Khomeini continua a far paura, in special modo a Israele e potenze wahhabite, ma le sabbie mobili bloccano i suoi passi.

Il regime rivoluzionario ha resistito all’insurrezione del 2022, ne ha persino approfittato per operare un repulisti nei gangli del potere politico, dello spionaggio e della giustizia, ma la finzione che sia tutto sotto controllo non potrà durare ancora a lungo. Ne va della sopravvivenza del khomeinismo nel corso del XXI secolo, che vedrà un aggravamento progressivo della competizione tra grandi potenze e, di conseguenza, un aumento significativo delle pressioni multidirezionali sull’Iran.

L’insofferenza delle minoranze etniche, dai curdi agli azeri, se ignorata, potrebbe un giorno essere strumentalizzata da menti raffinate per balcanizzare il Paese. Le quinte colonne nelle istituzioni e nella sicurezza, se non stanate, potrebbero un giorno produrre un cambio sistemico dall’interno. E la tanto trascurata secolarizzazione di Millennials e Zoomers, crescente ed ormai estesa a livelli oltremodo lapalissiani, potrebbe un giorno essere il carburante dell’abbattimento della linea del ’79, segnando la fine della Rivoluzione infinita e ridisegnando enormemente i rapporti di forza tra i blocchi nello scacchiere mondiale. I sogni multipolari dell’asse Mosca-Pechino sono appesi (anche) ad un filo chiamato Iran.