Iran: la guerra inevitabile

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“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.

Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.

Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.

Le richiesta americane si sono molto ridimensionate dopo la sconfitta strategica, di fatto riducendosi a quella di smantellare il programma nucleare, diventato l’unico vero focus del contendere e sul quale Teheran non ha alcuna intenzione di cedere, ribadendo il proprio diritto all’energia atomica per uso civile.

A quanto pare, però, Trump si starebbe ammorbidendo, almeno a stare alle fonti consultate da Michael Birnbaum, un cronista del Washington Post, che in un articolo riferisce che questi punterebbe a un accordo simile a quello stipulato da Obama, che cioè imponga limiti e controlli al programma nucleare iraniano tali da rendere impossibile la realizzazione di un ordigno atomico.

Nel riferire la nuova posizione dell’amministrazione americana, Birnbaum critica tale determinazione spiegando che contraddice quanto dichiarato in precedenza da Trump, che ha criticato aspramente l’intesa di Obama con Teheran, e che non si deve in alcun modo cercare un accordo con l’Iran, essendo a suo dire un regime criminale.

Se riportiamo quanto scrive Birnbaum è per segnalare che in America sta montando la marea bellicista, come dimostra anche l’articolo pubblicato nello stesso giorno, sempre sul WP, da Marc Thiessen, che rilancia temi che riecheggiano sui media mainstream imperiali per ostacolare in ogni modo le possibilità di un’intesa.

Non è Trump a volere la guerra, è l’Impero al quale il presidente è chiamato a obbedire. E a farsi portavoce dei desiderata imperiali non sono tanto i politici, a molti dei quali certo è stato pure assegnato un compito, quanto i think tank, la cinghia di trasmissione che collega il Potere culturale, nel senso più ampio del termine, al potere reale (economico, finanziario, tecnologico).

Basta, sul punto, il titolo di un articolo di Responsible Statecraft: “Pensate che la guerra con l’Iran sia un disastro? Date anzitutto la colpa a questi think tank di Washington”. Sottotitolo: “Abbiamo chiesto all’intelligenza artificiale di individuare i principali sostenitori del conflitto. Sorpresa: molti sono legati a Israele e hanno spinto anche per l’invasione dell’Iraq” nel lontano 2003.

Quest’ultima datazione è una specifica nostra e serve a segnalare come questo potere sia rimasto inalterato da tempo, influenzando in maniera pervasiva la Politica statunitense. Tali think tank vengono consultati dai media sui temi del momento e sono i loro analisti a spiegare, tramite giornali, tv e internet, le cose del mondo; e sempre da tali ambiti vengono reclutati i cronisti dei media in questione, creando un sistema circolare, omnicomprensivo, totalizzante che condiziona in maniera decisiva l’imperatore del momento, nulla importando se sia democratico o repubblicano.

Tanto che, come annota Caitlin Johnstone, “anche l’amministrazione Biden si stava preparando a bombardare l’Iran qualora avesse vinto le elezioni del 2024”. Infatti, di seguito, riporta come in una recente intervista all’ex consigliere di Biden Amos Hochstein, la cronista Margaret Brennan abbia chiesto se la resa dei conti con l’Iran fosse “inevitabile”. Dopo aver affermato che in effetti è così, Hochstein ha aggiunto: “Pensavamo che in primavera o nell’estate del 2025 sarebbe stato probabilmente il momento in cui ci saremmo trovati in una situazione del genere”. Così erano state approntate delle simulazioni su “come procedere”.

Né sarebbe cambiato nulla con Kamala Harris, che poi fu imposta come candidato dei democratici al posto di Biden, la quale in campagna elettorale ebbe a dire che l’America “darà sempre a Israele la possibilità di difendersi, in particolare per quanto riguarda l’Iran e qualsiasi minaccia che l’Iran e i suoi alleati rappresentino per Israele”. Questa la conclusione della Johnstone: “Il partito democratico è solo la faccia più educata della stessa malvagia struttura di potere”.

“La guerra con l’Iran era stata pianificata fin dall’inizio […] questa guerra mira più ad attaccare gli interessi economici ed energetici di Russia e Cina, in un ultimo disperato tentativo di mantenere l’egemonia planetaria, che ad aiutare Israele. Ciò pone gli Stati Uniti su una traiettoria pericolosa verso un’escalation sempre più aspra tra potenze nucleari. Queste mosse erano state pianificate con anni di anticipo e sarebbero state attuate a prescindere da quale inetto burattino di carne fosse stato portato al potere nel gennaio 2025”.

L’analisi della Johnstone non tiene conto che parte dell’America, e del potere americano, era contraria a tale sviluppo (altrimenti non avrebbero provato ad assassinare Trump), ma ha perso; né che Israele, e la follia che la pervade attualmente, è variabile alquanto decisiva dello stesso (non serve un genocidio per contrastare Russia e Cina…). Resta comunque un’analisi rilevante perché delinea un processo che si è realizzato ed è ancora, nell’attuale stallo, in fieri.

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