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Politica

Iran, il regime in bilico: la miccia dell’economia, la crisi della Repubblica islamica, le minacce esterne

All’inizio si è trattato di un malcontento economico. Poi è entrata nel mirino delle proteste la legittimità della Repubblica Islamica.
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Le proteste iraniane ripartite dalla fine di dicembre 2025 hanno un’origine che non ha bisogno di simboli: il denaro che non vale più nulla. Il rial che scivola, l’inflazione che divora i risparmi, i prezzi che corrono più in fretta dei salari. È la sequenza classica delle crisi profonde: prima la rabbia per la vita quotidiana che si restringe, poi la domanda più scomoda, quella politica, perché a un certo punto il problema smette di essere “quanto costa” e diventa “chi decide”.

All’inizio si è trattato di un malcontento economico. Poi, quando le classi medie hanno cominciato ad affacciarsi in massa, la piazza ha cambiato linguaggio: non più soltanto sussidi e bollette, ma la legittimità stessa della Repubblica Islamica. È un passaggio cruciale, perché segna la trasformazione da protesta sociale a contestazione dell’ordine. Ed è il punto in cui, di solito, lo Stato reagisce con la durezza che conosciamo dalla storia recente iraniana.

La repressione non è scattata subito

Questa volta, però, il potere ha esitato. Nel 2009, con il Movimento Verde, e nel 2022, con la rivolta “Donna, Vita, Libertà”, l’apparato di sicurezza fu rapido e brutale. Oggi la risposta è apparsa più lenta, quasi prudente, come se i governanti temessero di fare il passo più lungo della gamba.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha provato inizialmente una via amministrativa: misure restrittive per liberare risorse e finanziare sussidi ai più poveri. Una toppa, più che una soluzione, e infatti non ha retto. Quando la protesta si è estesa e l’8 gennaio è esplosa in modo diffuso nel Paese, allora la repressione è diventata seria. Ma il tempo perso è un segnale: non perché il regime sia improvvisamente “morbido”, bensì perché è costretto a misurare ogni colpo.

Il regime ragiona con un nemico alle spalle

Per capire la prudenza, bisogna guardare fuori dall’Iran. Le proteste avvengono all’ombra della guerra di dodici giorni con Israele dello scorso giugno. Secondo Vali Nasr, quel conflitto ha lasciato la leadership iraniana in una condizione di shock strategico: la sensazione che la crisi possa riprendere in qualsiasi momento pesa più dei disordini interni. Se immagini una nuova escalation esterna, ogni mossa interna diventa pericolosa: una repressione troppo dura può rompere il fragile rapporto ricucito con una parte della popolazione durante la guerra; una repressione troppo blanda può far crescere la piazza e offrire ad altri il pretesto per intervenire.

In più, l’Iran arriva a questa fase con deterrenti più deboli. La pressione israeliana su Hezbollah e il crollo del sistema siriano guidato da Bashar al-Assad hanno ridotto la profondità strategica di Teheran. La rete regionale non è più la stessa; la capacità di alzare il costo di un intervento straniero si è assottigliata. È un punto essenziale: quando perdi leve all’esterno, diventano più fragili anche le certezze interne.

Il patto implicito spezzato

Durante la guerra di giugno, molti iraniani si erano stretti “sotto la bandiera” e il regime aveva risposto allentando l’applicazione di alcune regole religiose, in particolare sul velo. Non era liberalismo: era gestione del consenso in tempo di pericolo. Una tregua tattica, un patto implicito per attraversare la tempesta.

Le proteste attuali mettono quel patto davanti a un bivio. Se lo Stato reprime senza misura, rischia di bruciare il credito residuo accumulato durante la guerra e di convincere anche gli indecisi che l’apertura era una finzione. Se lo Stato lascia correre, la protesta può diventare contagiosa e, soprattutto, può essere presentata dall’esterno come una richiesta d’aiuto che “obbliga” a intervenire.

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