Iran: il ministro degli Esteri cinese: barlumi di speranza

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Ieri l’Iran ha risposto all’apertura di Trump affermando che non c’è nessun negoziato in corso e ribadendo che la guerra finirà solo alle sue condizioni, che possono essere sintetizzate così: fine dell’aggressione al loro Paese e contro gli alleati regionali; risarcimento dei danni; riconoscimento del controllo iraniano di Hormuz; garanzie per evitare nuove aggressioni.

Ciò segnala che i 15 punti fatti pervenire dagli Usa, di fatto una richiesta di resa, sono stati rigettati, come ovvio che fosse. E però, pur nella distanza, qualcosa si muove.

In assenza di trattative dirette, intercorrono messaggi sottotraccia tra i duellanti, come dichiarato dal ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, il cui Paese è in prima linea nella mediazione, lavorìo diplomatico confermato dal New York Times che ha indicato come tramite il capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Syed Asim Munir, che ha rapporti con i Guardiani della rivoluzione.

A mediare anche Turchia ed Egitto, come comunicato dal ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty, il quale ha dichiarato che ha come interlocutore il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Oggi Abdelatty è a Beirut per portare solidarietà e aiuti al Libano, che sta subendo l’offensiva israeliana, ma è probabile che stia svolgendo una missione più delicata, anche perché ieri l’Iran ha comunicato che le ostilità contro Hezbollah devono essere ricomprese nelle trattative.

Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, pur smentendo le trattative, ha aggiunto che Teheran risponde ai messaggi dei Paesi amici, ribadendo le proprie richieste. Mentre Trump, nonostante il diniego degli interessati, continua a sostenere che sta trattando con l’Iran, oltre ovviamente a minacciare i soliti sfracelli.

Al di là del gioco delle parti, va notato che dalle richieste di Teheran è sparita quella del ritiro delle forze americane dalla regione, avanzata in precedenza: una condizione che Washington non può permettersi di accettare. In tal modo, ha fatto capire che si può trattare, anche se resta ferma sulle sue linee rosse.

Data l’ambiguità di Washington e la sua fragilità rispetto alle pressioni e ai ricatti, non si può confidare sul fatto che il dialogo vada a buon fine, anche perché nel frattempo si moltiplicano i segnali di un attacco di terra i cui obiettivi sarebbero l’isola di Kharg, cruciale per il commercio del petrolio iraniano, e due isolette vicine, un’operazione che dovrebbe iniziare allo scadere dell’ultimatum.

Si tratta di un’opzione a dir poco avventata, con i veterani dell’esercito americano che avvertono che più che un altro Vietnam sarebbe una nuova Gallipoli (cioè un massacro) e l’Iran che, oltre a predisporre difese e controffensive balistiche, minacciano di rilasciare mine dello Stretto, che in tal modo resterebbe chiuso per lungo tempo, rendendo inutile la mossa americana.

Una follia che cela trappole, come quella di usare il massacro dei soldati Usa per giustificare un’escalation alzo zero, oppure per costringere l’Europa a partecipare a questa follia, dal momento che non può permettersi una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, pena il collasso.

Un articolo del New York Times, ad esempio, spiega nel sottotitolo che “I politici europei rischiano di inimicarsi i propri elettori se si uniscono alla guerra americana. Tuttavia, potrebbero anche trovarsi ad affrontare disordini interni se non intraprendono azioni per riaprire le rotte marittime bloccate dall’Iran e per alleviare la crisi energetica”.

Certo, la prospettiva delineata è un’azione diplomatica europea, ad oggi assente, per placare la guerra, ma è ovvio che certo potere potrebbe cercare di manipolare il malcontento per spingere in tutt’altra direzione.

Al di là dell’opzione militare sulle isole iraniane, tragicamente incombente, che lo spiraglio aperto da Trump sia reale lo indicano vari fattori. Ad esempio, quanto riferisce Haaretz, cioè che l’IDF ha predisposto un piano operativo “nel timore che il presidente statunitense Donald Trump possa annunciare un cessate il fuoco di un mese”.

Tale piano prevede che, subito dopo l’annuncio, e prima che scatti la tregua, Tel Aviv bombardi come mai prima d’ora l’Iran. Non sappiamo se l’escalation codarda prima del cessate il fuoco appartenga alla dottrina militare israeliana, certo è che è ormai un format che si è ripetuto in tutte le guerre recenti.

Al di là del particolare, resta che sui media israeliani l’allarme su un possibile, anche se improbabile, dietrofront di Trump è palpabile. Né è uguale a zero che il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, ben più informato di tanti analisti nostrani, dica che c’è “un barlume di speranza” per la pace.

Lo imporrebbe la situazione del teatro di guerra, dove le forze Usa, al netto dei proclami di Trump, sono alle corde. Cacciati dalle loro basi, i militari americani sono costretti a gestire la loro guerra dagli alberghi, riferisce il New York Times. Né è andata meglio alle portaerei. Non sappiamo se la Lincoln sia stata colpita, come dicono gli iraniani, di certo si tiene a debita distanza dai loro missili.

Quanto al gioiello della corona, la superportaerei Gerald Ford, ritirata a Cipro dopo l’incendio che l’ha funestata, potrebbe essere fuori dai giochi a lungo per l’usura dovuta al prolungamento eccessivo della missione. Intanto, i missili iraniani piovono dai cieli di Tel Aviv, sempre meno protetti dagli intercettori.

Certo, in Iran non stanno meglio. La differenza la fanno le motivazioni dei contendenti: se Israele e Usa combattono per un vantaggio, l’Iran per la sopravvivenza; non avendo scelta, sopporta meglio i danni.

Da notare, infine, che sia la dottrina militare Usa post ’89, basata sul colpo decisivo in stile Shock and awe, che quella israeliana prevedono guerre di breve durata. Prolungare l’attuale conflitto è rischioso per ambedue, come l’Afghanistan ha insegnato agli Usa e il ventennale pantano libanese a Israele.