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Il Medio Oriente è una polveriera. Gli Stati Uniti hanno eliminato con un raid mirato il generale iraniano Qassem Soleimani mentre l’Iran ha risposto lanciando una pioggia di missili sulle basi militari americane in Iraq. Il rischio che possa scatenarsi un conflitto tra Washington e Teheran è alto, anche se l’amministrazione Trump ha fatto sapere che il presidente Usa non intende scatenare né cercare alcuna guerra con gli Ayatollah.

In ogni caso, quanto sta accadendo in queste settimane nella regione mediorientale non riguarda soltanto Stati Uniti e Iran. Ci sono infatti anche altri Paesi che seguono con molto interesse l’evolversi della situazione, come ad esempio il Giappone. Tokyo sa bene che l’Iran rappresenta un alleato fondamentale per l’approvvigionamento energetico nazionale, visto e considerando che l’80% delle importazioni di petrolio ordinato dal governo nipponico transita proprio dallo stretto di Hormuz, a due passi dalle coste iraniane.

Nel caso in cui una guerra dovesse sconvolgere i fragili equilibri di quel territorio, per il Giappone sarebbero guai seri. Ecco perché il premier giapponese Abe Shinzo ha deciso di indossare i panni del “mediatore segreto” e agire nell’ombra per allentare le tensioni. O almeno: è rimasto nell’ombra fino a quando la sua amministrazione ha confermato la trasferta ufficiale del premier nel Medio Oriente.

La missione di Shinzo Abe

Abe è partito oggi per un viaggio di cinque giorni. Prima di lasciare l’aeroporto Haneda di Tokyo, il premier ha spiegato ai giornalisti presenti che “il Giappone prenderà la propria iniziativa per condurre con tenacia la diplomazia di pace in modo da allentare le tensioni e stabilizzare la situazione nella regione”. Queste parole ci offrono almeno un paio di spunti di riflessione. Il primo è che dopo anni di immobilismo in politica estera, il Giappone esce dal proprio guscio per cercare di tornare a contare qualcosa in campo internazionale; il secondo riguarda invece il rapporto tra il governo nipponico e gli Stati Uniti.

La volontà giapponese di prendere “la propria iniziativa” per disinnescare le tensioni mediorientali lascia intendere che Abe abbia intenzione di smarcarsi, una volta per tutte, dallo storico pressing di Washington. Non a caso, il Giappone ha approvato l’invio di alcune unità delle proprie Forze di autodifesa in Medio Oriente al fine di “garantire la sicurezza della navigazione nella regione”.

Particolare non da poco: i militari nipponici agiranno in autonomia, senza prender parte alla coalizione a guida Usa varata da Washington per pattugliare la zona. La missione giapponese durerà un anno; Tokyo impiegherà 260 uomini, una nave porta elicotteri e un aereo P-3C. Le aree di intervento saranno limitate al Golfo dell’Oman e allo stretto di Bab el-Mandeb ma non nello stretto di Hormutz, dove agisce invece il team americano.

Un’occasione da sfruttare

Tornando agli impegni del premier giapponese, l’agenda di Abe è fittissima. Sono infatti già fissate tappe in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman per scambiare opinioni con i leader dei tre Paesi, che giocano ruoli fondamentali nell’allentamento delle tensioni e nella stabilizzazione della situazione nella turbolenta regione.

Tokyo aveva in un primo momento annunciato il rinvio del viaggio proprio a causa delle tensioni innescate dall’uccisione di Soleimani. Abe ha tuttavia deciso di intraprendere comunque il viaggio. E così domani incontrerà il principe saudita Mohammed bin Salman; il 13 gennaio, negli Emirati Arabi, vedrà il Mohammed bin Zayed al Nahyan e in Oman, il 14, avrà un faccia a faccia con il vice primo ministro Sayyid Asaad bin Tariq bin Taimur al Said. “Continueremo a intraprendere tutti gli sforzi diplomatici possibili per allentare e stabilizzare la situazione in Medio Oriente”, ha ribadito Abe.

Dunque, Tokyo ha di fronte a sé un’occasione storica: ritagliarsi finalmente un posto in prima fila oltre i confini nazionali. Proprio come ai vecchi tempi.

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