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Nelle more della crisi iraniana continuano le minacce incrociate, con Trump che continua a magnificare l’invincibile armada schierata al largo si Teheran e l’ayatollah Khamenei che risponde che, se guerra sarà, stavolta sarà regionale. Eppure qualcosa in controtendenza si muove, grazie ai tanti mediatori scesi in campo.

Le comunicazioni tra Turchia, il Qatar ed Egitto e i due contendenti si sono fatte frenetiche e stanno dando frutti, come rivela Axios che, nel riportare nuove sui negoziati sottotraccia, riferisce due cenni importanti.

U.S. tells Iran it is ready to meet and negotiate a deal

Il primo è la visita di sabato del primo ministro del Qatar Mohammed bin Al Thani a Teheran, dove “ha incontrato Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e stretto confidente di Khamenei. Colloquio di cui Larijani ha fatto un resoconto positivo su X: “Si sta procedendo nella definizione di un quadro per i negoziati”.

Il secondo è che la sera dello stesso giorno, interpellato sulla crisi mentre volava sull’Air force one, Trump, dopo aver ribadito la sua preferenza per un negoziato, ha aggiunto che gli iraniani “stanno parlando con noi. Parlano seriamente con noi”. Peraltro, che qualcosa si stia muovendo lo segnala anche il fatto che le annunciate esercitazioni navali iraniane nello Stretto di Hormuz sono state, per ora, annullate (c’è chi riferisce che l’annullamento discenda da un avvertimento Usa, ma non convince: sarebbe come se Teheran fosse stata avvertita di non difendersi e avesse accettato).

Un altro segnale, più importante, si può intravedere nelle nebbie che aleggiano sulle misteriose esplosioni avvenute ieri in Iran, la prima al porto di Bandar Abbas, che affaccia sullo Stretto di Hormuz, la seconda presso la città di Ahvaz, situata al confine con l’Iraq: cinque i morti e decine di feriti. Gli Stati Uniti hanno subito dichiarato che non c’entravano nulla, seguiti a ruota dagli israeliani.

Data la coincidenza temporale è possibile, ma davvero molto improbabile la casualità delle due esplosioni, credibile il diniego americano, al quale evidentemente Teheran ha dato credito derubricando l’accaduto a incidenti di percorso.

È alquanto ovvio che qualcuno stia giocando col fuoco: le esplosioni avrebbero potuto seminare diffidenza, facendo collassare sul nascere il dialogo sottotraccia tra Teheran e Washington instaurato in modalità “seria” (così Trump) il giorno precedente; o, peggio ancora, diventare un vero e proprio casus belli.

Pericolo scampato, ma non per questo i tamburi di guerra hanno cessato di riecheggiare sui media mainstream, come accaduto per tutte le guerre made in Usa. Né Israele si rassegna a lasciare che il conflitto si chiuda attraverso vie diplomatiche, come dimostra la visita del Capo di Stato Maggiore dell’IDF Eyal Zamir al Pentagono di questo fine settimana.

Mentre scriviamo, sembra che la mediazione abbia dato un primo esito: Ankara dovrebbe ospitare a breve un vertice tra una delegazione Usa e quella iraniana (Timesofisrael). Si spera che non si ripeta quanto avvenuto in occasione della guerra tra Israele e Iran del giugno scorso, quando, mentre la delegazione americana si apprestava a incontrare quella iraniana per tentare un accordo, Tel Aviv attaccò a sorpresa Teheran.

US, Iran ready to talk, with mediators organizing meeting in Ankara

In attesa degli sviluppi, val la pena riportare le conclusioni dell’inchiesta di Wyatt Reed e Max Blumenthal per Greyzone, i quali hanno indagato su come si sia propalata la notizia che le vittime della repressione del tentativo di regime-change iraniano fossero 30mila.

A dare la notizia che ha fatto il giro del mondo come verità rivelata, due media mainstream. Anzitutto il Guardian, grazie alla penna della cronista incaricata di seguire le vicende iraniane, tal Deepa Parent, che nei suoi articoli ha sostenuto allo stremo il cambio di regime a Teheran.

La Parent è da poco approdata alla geopolitica, avendo un passato da fashion blogger, che val la pena riportare. Nel 2016, con lo pseudonimo di Deepa Kalukuri, scriveva per una rivista indiana articoli di tale tenore: “Samantha si sta ponendo degli obiettivi di moda seri! Date un’occhiata!” Oppure: “Cosa c’è di meglio di un tubino nero per una festa nel weekend? Samantha abbina il suo tubino nero a questi tacchi a spillo da urlo! Li adoriamo!!! Buon weekend alla moda!!!!” Note alle quali alternava consigli per investimenti sicuri (ricorda qualcosa?).

Peraltro, il suo lavoro al Guardian è stato finanziato dalla “Humanity United, fondata dal miliardario del settore tecnologico Pierre Omidyar e da sua moglie Pam”, una Ong che ha collaborato “con agenzie di intelligence statunitensi come USAID e National Endowment for Democracy per promuovere vari cambi di regime, dall’Ucraina alle Filippine” e dato vita a campagne anti-Fake per “sopprimere i punti di vista anti-establishment”.

L’altro punto sorgivo della Fake delle 30mila vittime della repressione iraniana è stato il Time, che per raccontare al mondo questa bufala si è affidato alla penna di Kay Armin Serjoie il quale, guardacaso, è “uno stretto collaboratore e lobbista del sedicente ‘Principe Ereditario’ Reza Pahlavi”, figlio dell’ex scià dell’Iran, sul quale Israele ha puntato le sue fiches per l’Iran del dopo-bombe (vedi Haaretz). Per altri particolari rimandiamo all’articolo di Greyzone, per parte nostra ci limitiamo a riferire i dettagli più significativi.

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