“La sfortunata morte di Ebrahim Raisi è una grande perdita per il popolo iraniano. Il popolo cinese ha perso un buon amico“. Nel messaggio di condoglianze che Xi Jinping ha inviato al vice presidente dell’Iran, Mohammad Mokhber, c’è tutta l’amarezza della Cina per una notizia a dir poco inaspettata.
Nel momento più buio, quando il mondo intero si interrogava sul futuro del sistema politico iraniano – tra l’ipotesi di un vuoto di potere e il wishful thinking di un regime change – Pechino ha subito cercato di rassicurare Teheran spiegando di voler continuare ad approfondire la “partnership reciproca“.
Una partnership non da poco, visto che il riferimento della diplomazia cinese è all’accordo di cooperazione strategica – della durata di 25 anni – siglato nel 2021.
Senza più Raisi, che lo scorso febbraio era volato oltre la Muraglia per abbracciare Xi, consolidare il fronte comune contro “le ingerenze dell’Occidente” e rafforzare ulteriormente l’intesa tra i due Paesi (anche sul fronte della dedollarizzazione), che cosa succederà adesso alle relazioni tra Iran e Cina?
La scommessa cinese
La Cina ha indubbiamente scommesso sull’Iran. È importante però fare una distinzione tra la dimensione politica e quella economica.
Per quanto riguarda il primo punto, al netto di chi sarà il successore di Raisi, le relazioni tra il Dragone e Teheran non dovrebbero deteriorarsi. Non solo per una questione di realpolitik, ma anche perché nel sistema politico iraniano il presidente è l’esecutore della politica nazionale ed è meno “potente” del leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei. Detto altrimenti: pur senza Raisi, l’agenda estera del Paese continuerà a restare nelle mani di Khamenei.
Il dossier economico chiama in causa il citato accordo di cooperazione venticinquennale tra Cina e Iran. Come detto, nel corso del suo mandato Raisi ha facilitato importanti sviluppi nelle relazioni sino-iraniane. In quello stesso lasso di tempo, però, Pechino ha altresì preferito concentrarsi maggiormente sul consolidamento dei suoi legami con gli Stati arabi.
I numeri sono comunque emblematici. Nei primi due mesi del 2024 gli scambi commerciali tra Iran e Cina sono stati pari a 2,879 miliardi di dollari, con un aumento del 37% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il gigante asiatico ha esportato prodotti per 2,5 miliardi di dollari in Iran (+45%) e importato merci per un valore complessivo di 829 milioni di dollari (+20%).
Rischi da non sottovalutare
Durante la visita di Raisi in Cina, Teheran e Pechino avevano firmato una serie di documenti di cooperazione bilaterale nei settori dell’agricoltura, del commercio, del turismo, della protezione ambientale, della salute, dei soccorsi in caso di calamità, della cultura e dello sport.
Erano presenti anche accordi nel campo dei trasporti e dell’industria – del valore di 12 miliardi e 3,5 miliardi di dollari – riguardanti, tra gli altri, progetti congiunti come il collegamento ferroviario ad alta velocità tra Teheran e Mashhad e gli investimenti nella città aeroportuale Imam Khomeini, oltre che nella costa sud-orientale di Mokran.
Aggiungiamo a tutto questo il contenuto madre dell’accordo di cooperazione – con il quale la Cina si è impegnata, nell’arco di 25 anni, ad investire tra i 280 e i 400 miliardi di dollari in investimenti diretti esteri nei settori iraniani del petrolio, del gas e petrolchimico – e diventa ancora più chiaro perché Xi guardi con attenzione al susseguirsi degli eventi iraniani.
Ricordiamo che Pechino acquista ancora oggi il 90% delle esportazioni di petrolio di Teheran, fornendo in cambio un’ancora di salvezza al governo iraniano contro le sanzioni statunitensi (e fornendogli anche attrezzature di sicurezza e sorveglianza). Nel gennaio 2024, giusto per quantificare, Il Dragone importava circa 1,18 milioni di barili al giorno (bpd) di petrolio iraniano.
Considerando la quantità di denaro che la Cina ha investito – o intende investire – in Iran, si capisce perché ogni possibile sussulto in grado di alterare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi è monitorato attentamente da Pechino. Che, soltanto tre anni fa, affermava di voler aumentare il commercio con Teheran di almeno 600 miliardi di dollari nell’arco di un decennio.