Il volto nascosto dell’Iran tra feste, alcol e poesie medioevali

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Politica /

In questi giorni di nuova incertezza dopo che il governo statunitense ha troncato ogni possibilità di integrare nel sistema internazionale il regime iraniano, uscendo dall’accordo sul nucleare, è più importante che mai conoscere chi sono i persiani. Questo al di là di quali siano le reali intenzioni del governo degli ayatollah, perché sarà il popolo ad essere colpito pesantemente dalle nuove sanzioni americane.

Di solito per dimostrare come i persiani siano moderni si racconta delle loro feste sfrenate, delle grandi quantità di alcol o droghe che circolano nelle feste della giovane società iraniana. Questi comportamenti vengono di solito dipinti come la dimostrazione della loro occidentalizzazione. Nulla di più lontano dal vero. Se è realistico dire che i giovani iraniani amano l’occidente e aspirano a un Paese libero e aperto al mondo, è però vero che il divertirsi e una profonda liberalità di costumi sono parte della cultura persiana e mediorientale da secoli. Non credo che nessuno abbia mai visto una miniatura persiana in cui le persone siano vestite di nero o le donne eccessivamente velate. Qualunque esperto può testimoniare che esse sono un’esplosione di colori, coppe di vino e spesso donne con veli che lasciano intravedere molto bene i capelli.



La poesia medioevale non fa eccezioni. Anzi è un trionfo di mistica, di vino reale e spirituale e erotismo e di dubbi sulla religione. Per un occidentale sarebbe facile dire che tutto questo riguarda una piccola élite.

Anche in questo caso, chi afferma questo semplicemente non conosce la Persia. Mentre in Italia le poesie non le legge quasi nessuno, in Iran la poesia classica è conosciuta dal più povero dei contadini, fino all’aristocratico. Il popolo ha la consuetudine di aprire le pagine dei libri di poesia classica a caso e predire il futuro a seconda dei versi che appaiono. Vanno a pregare sulle tombe dei poeti come su quella di Khomeini. Anzi si potrebbe dire che per capire le contraddizioni iraniane basterebbe recarsi un giorno tra le persone che pregano sulla tomba di Khomeini, tra Teheran e Qom e un altro su quella di Hafez a Shiraz.

Nessuno troverà mai nelle antiche poesie iraniane versi cari agli integralisti come: “Una donna è nel suo chador come una perla nella sua ostrica”. Troverà anzi tutto il suo opposto. A ben guardare i ragazzi e le ragazze libertarie, hanno colori e modi di vivere più simili alla tradizione poetica o miniaturistica iraniana delle donne in chador nero. Lo stesso governo degli ayatollah, dopo aver provato a proibire i classici persiani, ha finito per sostenere che tutto andasse intrepretato come un vino o un erotismo mistico o come un modo per mostrarsi peccatori e quindi non degni dell’amore di Allah. Peccato che questo neghi secoli di storia iraniana.

Elencare qui tutti i grandi poeti e filosofi persiani sarebbe impossibile. Ma basterà citarne alcuni per capirne lo spirito.

Omar Khayyam, fu un astronomo, matematico e poeta nato a Nīsābūr, Khorasan nel 1123. Erano anni turbolenti in cui la Persia, la Siria e la Mesopotamia furono invase dai turchi selgiuchidi. Fu un’epoca di sconvolgimenti sociali e conflitti religiosi.

Nonostante le difficoltà scrisse varie opere di algebra, aritmetica, musica e poesia. Nel 1070 si trasferisce a Samarcanda.  In Europa divenne famoso nell’Ottocento per le sue poesie considerate epicuree. Da allora si è molto dibattuto in ambito accademico su quanto fossero scettiche o quanto fossero mistiche. Secondo gli studi più avanzati, come si legge anche nell’Enciclopedia Treccani, “esso però non rappresenta un atteggiamento originale, ma la nota poeticamente più alta di tutta una tradizione pessimistica ed edonistica, immanente sin dalle origini nella poesia neopersiana”. In alcuni versi Omar Khayyam scrive:

Io nulla so, non so se Chi m’ha creato

m’ha fatto per Cielo o m’ha destinato all’Inferno.

Ma una coppa e una bella fanciulla e un liuto sul lembo del prato

per me son monete sonanti: a te la cambiale del Cielo!

Un’altra pietra miliare della poesia iraniana è Hafez, mistico e poeta vissuto nel 1300. I suoi cinquecento “ghazal” parlano di “amore, della celebrazione del vino e dell’ubriachezza, della messa a nudo dell’ipocrisia di coloro che si autodefiniscono guardiani, giudici ed esempi di rettitudine morale”.

Alcune delle splendide poesie di Hafez si possono leggere nell’articolo di Domenico Arturo Ingenito sul sito Nuovi Argomenti. Una delle più belle recita:

Per un gitano bello e turbolento s’appassiona il cuore [mio:
pelle bruna, d’assassino le mani, in volto il colore degli [incanti.Che vadano in offerta alla veste strappata dei volti di [luna
le mille tuniche della castità, il saio nero dell’astinenza.Porterò con me nella terra il ricordo del tuo neo
perché con il tuo neo profumato d’ambra si faccia il mio [terreno.Sono servo di quelle parole che attizzano dovunque il [fuoco,
non sfavilla la fiamma viva in poesia con l’acqua gelida.L’Angelo non sa cosa sia l’amore, e allora tu coppiere
innalza la coppa e versa sul fango di Adamo il roseo vino.Povero e distrutto sono giunto alla tua soglia per [chiedere la grazia,
perché se non il tuo affetto per me altro soccorso non [esiste.Nella casa del vino ieri notte la voce occulta mi [sussurrava:
resta lì, nella stazione dell’attesa, e non fuggire dal destino.Posa adesso la coppa sul mio sudario, ché all’alba del [Giudizio
io porti via dal cuore, con il vino, il terrore per la Fine dei [Tempi.Non esistono cortine che separino l’amante dall’amato:
svèlati da questo sentiero, sei tu, Hāfez, il tuo stesso velo.

Non si può non conoscere Gialal al-Din Rumi che fu nel 1200 il fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti” (Mevlevi), è considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana. La sua poesia è semplicemente un trionfo di mistica islamica sufi.

Ero timido, mi hai insegnato a cantare. Ero abituato a rifiutare le offerte a tavola, ora chiedo più vino. Sedevo in sobria dignità sul mio mantello, per pregare, ora bambini mi corrono intorno e si fanno gioco di me.

Altri versi di Rumi recitano:

Quando cerchi Dio,
Dio è lo sguardo dei tuoi occhi.

Non si può concludere la lista dei poeti non citando l’epica di Ferdowsi. il maggior poeta epico della letteratura persiana medievale. Scrisse, a cavallo tra il 900 d.C ed il 1000 d.C. lo Shāh-Nāmeh (“Libro dei re”), l’epopea nazionale dei re di Persia.

Un altro capolavoro fondamentale per comprendere la cultura islamica medioevale è  “Il libro dei Consigli” di  Kay Ka’us ibn Iskandar, publicato da Adelphi qualche anno fa. Come ben racconta il risvolto del libro: “Sovrano di un piccolo regno remoto nella Persia islamica intorno all’anno 1000, Kay Ka’us, giunto alla vecchiaia, decide di mettere per iscritto ciò che ha appreso della vita per donare un libro dei consigli a suo figlio GilanshahProfanamente devoto, Kay Ka’us si inchina all’inaccessibile Unico, che sovrasta il tutto, e subito ci avvia verso il mondo cangiante e visibile, dove ogni cosa porta il segno della duplicità. Quel mondo egli ha lungamente saggiato, ne ha aggirato le insidie e gustato i sapori. Ora lo vuole svolgere dinanzi ai nostri occhi come un vasto tappeto, dove riconosciamo, via via che si srotola, le passioni e le cerimonie, gli astri e i commerci, le guerre e gli amici, le dispute e i piaceri, gli inganni e i molteplici giochi: l’amore, il polo, gli scacchi”

Infine non si può non concludere questa carrellata persiana non ricordando che anche il forte consumo di droghe, per esempio hashish e oppio nella società iraniana non è certo figlia dell’influenza hippie europea, anzi è vero proprio il contrario.

Tanto che la parola hashish stessa, secondo molti studiosi, sembra derivare dal termine “assassini”, che a sua volta si vorrebbe derivi dal sostantivo arabo al-Hashīshiyyūn, “coloro che sono dediti all’hashish”. In particolare la similitudine tra la parola assassini e hashish per gli storici non sarebbe casuale. Ma sarebbe da imputare alla cosiddetta setta degli Assassini. Cioè alla setta dei Nizariti oggi ismailiti guidati dall’Aga Khan.  

All’inizio, i membri che poi furono definiti “Nizariti” erano gli adepti dell’Ismailismo in Iran, cioè una setta sciita minoritaria in un Paese allora ancora sunnita. Secondo gli storici “sotto la guida del loro capo carismatico, Ḥasan-i Ṣabbāḥ, gli ismailiti nel 1090 presero il controllo del forte di Alamūt ed estesero la propria influenza all’Iran e alla Siria”. I membri della setta seminarono il terrore uccidendo tra l’altro, il visir selgiuchide Niẓām al-Mulk, Raimondo I conte di Tripoli e Corrado marchese di Monferrato. Si dice che i membri della setta compiessero i loro omicidi sotto effetto di hashish, il che spiegherebbe anche la loro serenità quando dopo l’omicidio venivano giustiziati.

Forse non è un caso che le feste più modaiole in Italia si fanno proprio nella Sardegna lanciata negli anni Settanta da quell’Aga Khan discendente dalla setta degli Assassini. Chissà se Donald Trump lo sospetta.