Il vertice di Ginevra ha prodotto “risultati significativi” tra Iran e Stati Uniti nel quadro del negoziato sul nucleare, anche se manca l’accordo finale politico. Parola di Abbas Araghchi, ministro degli Esteri della Repubblica Islamica che, dopo la nuova tornata di colloqui indiretti tra Teheran e Washington, ha ostentato ottimismo. Le negoziazioni sono state “le più intense”, ha detto Araghchi, sottolineando come si sia parlato di temi concreti. Nulla filtra da Washington. E resta il contesto di una situazione al bivio finale tra pace e guerra.
Iran-Usa, da Washington segnali contrastanti
Intanto arrivano fatti che manifestano dinamiche in controtendenza: da un lato, il silenzio dei mediatori Steve Witkoff e Jared Kushner e la decisione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme di disporre la partenza del personale non occupato in missioni di sicurezza, come a prepararsi a uno scenario conflittuale.
Dall’altro, il fatto che è in programma un viaggio a Washington del ministro degli Esteri omanita Sayyid Badr al-Busaidi, l’uomo che sta tenendo le fila della mediazione tra Mascate e Ginevra, per incontrare il vicepresidente J.D. Vance, ovvero colui che nell’amministrazione di Donald Trump pone in essere la visione del mondo del movimento Maga, la più ostile all’interventismo estero.
Si parte da richieste chiare e si mira a convergere: il Wall Street Journal ha riferito che gli Usa hanno chiesto all’Iran di smantellare le strutture nucleari del programma di arricchimento dell’uranio, ammettendo dunque di fatto di non aver obliterato Fordow, Isfahan e Natanz nel corso dell’operazione Midnight Hammer del 22 giugno scorso, mentre Teheran chiede la fine delle sanzioni e una riammissione a pieno titolo nell’economia globale. Nei giorni scorsi avevamo dato conto della presenza di Ali Larijani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Teheran, nel gruppo dirigente che decideva la strategia iraniana, a testimonianza dell’apertura della Guida Suprema Ali Khamenei sull’ipotesi negoziale.
Le priorità americane sono incerte
Del resto, nota il New York Times, ieri a Ginevra “l’inclusione dei team tecnici – in genere gruppi di esperti in questioni nucleari, bancarie e sanzioni – suggeriva che i colloqui fossero progrediti” e nella trattativa, rispetto alle aspettative, “entrambe le parti hanno mostrato una certa flessibilità, ha affermato Ali Vaez, direttore iraniano dell’International Crisis Group, un’organizzazione impegnata nella risoluzione dei conflitti”. Ma potrebbe non bastare, per ragioni che non riguardano i negoziatori in prima linea.
Il punto di caduta sembra tutto statunitense: come si divide l’amministrazione Trump sull’ipotesi militare? Quali priorità dà The Donald al dossier iraniano e con che misura intende promuovere quella “massima pressione” da lui inaugurata rottamando l’accordo nucleare del 2015 ormai otto anni fa? Il dispiegamento militare avrà un impiego? Soprattutto, Washington ha una visione per cosa succederebbe qualora le trattative naufragassero? I negoziati che portarono all’accordo del 2015 richiesero anni di mediazioni, ora per la seconda volta in un anno si vuole chiudere in poche settimane, con Teheran scottata dalla guerra con Israele del giugno scorso che chiede garanzie.
L’opinione pubblica americana e il nodo israeliano
Un mese fa, peraltro, era Israele ad osservare le mosse americane, ponderando opportunità e rischi di una nuova campagna. Ora, invece, Politico riferisce da Washington che la speranza in molti settori del Partito Repubblicano è che Tel Aviv rompa gli indugi: “C’è chi, all’interno e all’esterno dell’amministrazione, pensa che la situazione politica sarebbe molto migliore se gli israeliani agissero per primi e da soli e gli iraniani reagissero contro di noi, dandoci più ragioni per agire”, ha dichiarato un funzionario Usa sotto condizione di anonimato.
I cittadini americani, nota Responsible Statecraft, “sondaggio dopo sondaggio mostrano che non hanno alcun interesse a scatenare un altro conflitto in Medio Oriente , figuriamoci a intraprendere un’operazione di cambio di regime in stile guerra in Iraq”, aggiungendo che anche alla luce della spinta negoziale iraniana “non è chiaro perché si stia discutendo di entrare in guerra con l’Iran, se non che è ciò che molti a Washington, in Israele e nella stessa amministrazione Trump desiderano fare da decenni“.
Rischio caos con la guerra in Iran
Come spiegato più volte, però, questo fatto non creerebbe altro che caos e il rischio di uno stravolgimento della regione, specie se partisse una dura campagna di rovesciamento della Repubblica Islamica impossibile da condurre a termine solo con un intervento aereo a distanza e destinata ad avere molti costi.
Trump deve scegliere tra un accordo realistico con un Paese molto più debole rispetto a quello con cui negoziò Barack Obama nel 2015, tra uno sfoggio di potenza destinato a creare, in caso di un attacco, nuove tensioni in Medio Oriente e sfiducia negli alleati, dalla Turchia all’Arabia Saudita e tra le varie opzioni del rapporto tra gli Usa e Tel Aviv, che in caso di via libera ai raid penderebbe decisamente a favore dell’influenza della seconda sui primi. Infine, con le nuove tensioni legate alla guerra Pakistan-Afghanistan l’Asia Centrale ribolle. E potrebbe non essere nell’interesse di Washington seminare ulteriore caos destinato poi a moltiplicarsi sotto forma di instabilità, buchi neri di potere, proliferazioni terroristiche in un contesto globale già instabile.
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