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Tra Washington e Berlino la tensione continua a salire. Non è solo una questione di dazi e guerre commerciali; riguarda una visione geopolitica che sembra ormai spaccare a metà l’Occidente.

Soldi iraniani in Germania

Ed ora c’è un’altra questione che sembra dividere in maniera netta i due paesi: l’Iran. 

Da quando Trump ha revocato il JCPOA (il Piano di Azione Congiunto Globale, sul nucleare iraniano), il dossier “Teheran” è diventato elemento di ulteriore divisione con la Merkel.

La Germania, tra i firmatari dell’Accordo, ha sempre affermato che Teheran ha rispettato i termini del Piano e quindi la sua revoca da parte degli Stati Uniti è sbagliata. Berlino, di fatto, è il capofila della posizione europea finalizzata a non isolare l’Iran e a mantenere i rapporti commerciali ed economici con la nazione guida dell’Islam sciita.

Ma questa non è la prospettiva Usa;  l’America di Trump ha deciso di individuare nel regime degli ayatollah il nemico da abbattere per ridisegnare il Medio Oriente attorno all’asse Israele/Arabia Saudita, alleati storici e fidati; questo in vista di un conflitto regionale che sembra sempre più probabile tra Teheran e Ryad e che per ora si sta combattendo nella “guerra per procura” dello Yemen e in Siria che è stata la prova generale del conflitto tra Islam sciita e sunnita, dove la finta guerra civile è stata solo una “False Flag” per giustificare il tentativo di abbattere Assad e smembrare una nazione sovrana.

La decisione della Casa Bianca di imporre sanzioni economiche violentissime all’Iran è il passaggio obbligato (come hanno pianficato gli strateghi della Casa Bianca) per generare una crisi economica conflitti conflitti sociali e rivolte anti-regime. Su questo l’Europa e sopratutto la Germania, non sembrano voler seguire Trump.

L’ultimo episodio che ha aperto un’ulteriore breccia tra i due alleati è stato causato da uno scoop del Bild. Martedì scorso il giornale tedesco ha rivelato l’esistenza di un accordo tra tedeschi e iraniani per restituire a Teheran soldi depositati nelle casse di una banca iraniana con sede in Germania: la Europäisch-Iranische Handelsbank il cui azionista di maggioranza è la Sanat va Madan Bank di proprietà dello Stato iraniano.

Le autorità tedesche stanno esaminando il caso per verificare se l’operazione viola la legge tedesca anti-riciclaggio e se dovessero dare il via libera, i soldi (in tutto 300 milioni di euro) partirebbero alla volta dell’Iran su un aereo iraniano.

Le minacce dell’ambasciatore Usa

La cosa non piace agli americani che sono intervenuti per bocca del loro ambasciatore a Berlino, Richard Grenell: “Sollecitiamo i più alti livelli del governo tedesco a fermare l’operazione”.

Una vera e propria ingerenza in un affare interno della Germania che ha generato forte disappunto negli ambienti politici e diplomatici tedeschi.

D’altro canto Grenell, da sempre feroce oppositore di ogni accordo con l’Iran, si è presentato un mese fa come nuovo ambasciatore a Berlino minacciando multe americane alle aziende tedesche che avrebbero continuato a collaborare con gli iraniani dopo le sanzioni Usa; comportamento che evidentemente non si addice ad un ambasciatore di un Paese “amico e alleato”.

Secondo il Bild, il regime di Teheran sta cercando di far rientrare i propri capitali in vista dell’applicazione delle sanzioni Usa che rischiano di chiudere i canali di liquidità internazionale all’Iran. I 300 milioni di euro sono una ben piccola cifra rispetto al volume di denaro che l’Iran ha depositato nelle banche non solo tedesche.

La morsa Usa

L’UE si è dimostrata da subito contraria alla decisione unilaterale di Trump di rompere le relazioni con l’Iran tanto da decidere di attivare  il cosiddetto “statuto di blocco” che consente alle aziende europee di non incorrere in penalizzazioni neutralizzando gli effetti extra-territoriali della sanzioni americane; procedura già attivata (ma mai applicata) nel 1996 per contrastare le sanzioni Usa a Cuba. Nonostante questo, alcune aziende francesi hanno già ceduto alle minacce Usa: Total, Peugeot e CMA-CGM (leader mondiale nel trasporto commerciale navale) stanno interrompendo progetti industriali e commerciali con l’Iran.

Dal punto di vista iraniano l’arrivo delle sanzioni potrebbe avere effetti devastanti. Innanzitutto sulle esportazioni di petrolio nel caso in cui gli europei seguissero le indicazioni di Trump di fermare l’acquisto di greggio iraniano. Ma ancora di più, la perdita di investimenti industriali potrebbe compromettere le capacità produttive iraniane per decenni.

L’uscita della francese Total ed eventualmente di altre aziende europee dal progetto South Pars, per esempio,  impedirà all’Iran di diventare leader nella produzione di LNG (Gas Naturale Liquefatto); perché né cinesi (per mancanza di capacità tecnologia), né russi (per mancanza di interessi essendo un Paese competitor nell’esportazione di Gas), potrebbero compensare questa perdita.

Nel frattempo però l’America continua ad esportare in Iran: secondo i dati del Census Bureau Usa, nei primi 5 mesi del 2018, le esportazioni della aziende Usa in Iran sono aumentate del 60% superando i 50 milioni di dollari (contro i 31 dello stesso periodo dell’anno precedente); è possibile che sia un’accelerazione del mercato in vista del blocco che avverrà da Novembre ma è certo che per ora l’America continua a fare affari con i “famigerati” Ayatollah. Ed in Europa sono in molti a domandarsi perché dovrebbero seguire Trump in questa guerra (per ora commerciale) che danneggerà sopratutto l’economia del Vecchio Continente.

Insomma, la questione iraniana rischia di aprire un solco ancora più profondo nei già complessi rapporti tra Europa e Stati Uniti.

@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca