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Sono settimane roventi per l’Iran, e non solo sul fronte internazionale che vede la Repubblica Islamica sempre più ai ferri corti con Israele nel teatro siriano: ad angustiare la leadership di Teheran è anche il dissesto dell’economia nazionale, in preda a gravi convulsioni a causa della debolezza della valuta iraniana, il rial, che ultimamente ha oscillato in maniera a dir poco pericolosa.

Come ha scritto Stella Morgana su Eastwest, “Esattamente un anno fa un dollaro oscillava tra i 36mila e 40 mila rial, dodici mesi dopo sfonda quota 60 mila. E ancora, se un euro valeva circa 45 mila rial all’inizio dell’estate scorsa, il 10 aprile  nei sarrafi, i cambiavalute di Teheran, veniva scambiato quasi a 70 mila. Così, alla fine, il governo iraniano ha deciso di correre ai ripari per cercare di fermare la svalutazione della moneta locale: è pronto a imporre un tasso di cambio unificato a 42 mila rial per un dollaro”.

Le precedenti crisi valutarie iraniane risalivano al 2012 ed erano indicatori della fragilità di un sistema economico fortemente diseguale e frenato, in maniera principale, dalle difficoltà del mercato del lavoro, che fatica a garantire uno sbocco professionale a una popolazione in larga crescita e in gran parte giovane. Ai tempi, le sanzioni internazionali isolavano l’Iran dai mercati monetari internazionali; dopo il nuclear deal, il Paese aveva provato ad avviarsi nuovamente sulla strada della stabilità, ma le recenti evoluzioni della geopolitica mediorientale hanno rilanciato l’instabilità sistemica.

L’ombra di Trump dietro la crisi in Iran?

Non è un caso che l’instabilità monetaria si sia palesata con veemenza a breve distanza dalla fatidica scadenza del 12 maggio, data che vedrà la decisione finale di Donald J. Trump sulla certificazione dell’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015. 

Un possibile ritorno alle stringenti sanzioni statunitensi contro Teheran complicherebbe il cammino dell’economia del Paese, che fatica a superare la dipendenza dalle materie prime, verso la normalità e significherebbe una nuova fase di criticità e incertezze. La mossa di imporre un cambio forzoso potrebbe rallentare il tracollo del rial nelle prossime settimane, prima della scelta definitiva di Trump, ma un dato è certo: le scelte strategiche degli Stati Uniti giocano un ruolo importante nel condizionamento del sistema economico iraniano, ma non ne sono la determinante fondamentale. Questa è da ricercarsi, piuttosto, nelle contraddizioni di un sistema di potere quarantennale che oggi mostra le sue principali manchevolezze. 

La tenaglia dei conservatori su Rouhani

Parlando della genesi delle proteste che hanno scosso l’Iran tra il dicembre e il gennaio scorso, sottolineavamo come il Presidente Hassan Rouhani si trovasse tra i due fuochi della rivolta da parte di giovani insoddisfatti per le carenti condizioni economiche e le scarse prospettive economiche e sociali e l’offensiva della componente più conservatrice del regime, legata a doppio filo all’Ayatollah, che sembra intenzionata a utilizzare le turbolenze economiche per screditare il capo dello Stato.

Ha scritto Alberto Negri: “in Iran su 80 milioni di abitanti la metà ha meno di 30-35 anni. Tanti i giovani e i disoccupati: circa il 40-50% sotto i 30 anni non trova lavoro o un’attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa e a sposarsi”. L’architettura di potere, che ha portato enormi privilegi alle bonayad e all’alto clero sciita ultraconservatore, sfavorisce le giovani generazioni, ma Rouhani rimane comunque il bersaglio numero uno di un contesto evolutosi nel corso di diversi decenni.

Il quotidiano Kayhan, deciso oppositore di Rouhani e della sua politica economica, il 9 aprile ha titolato: “Un dollaro per 58 mila rial: ecco cosa ha ottenuto il governo del Jpoa”. Nelle sue dichiarazioni, il vicepresidente della Repubblica Jahangiri, a sua volta, non ha escluso che la mano degli organizzatori dei moti invernali possa essere la stessa artefice dell’attuale turbolenza economica.

L’Iran a un bivio

Per riprendere la conclusione della Morgana, quella attuale “è una crisi che non nasce oggi e la svalutazione del rial ha tutta l’aria di essere una bolla rivelatrice di un sistema nel quale entrano in gioco anche speculazione, corruzione e un certo tipo di comportamenti da parte degli investitori, oltre che un problema di accesso al dollaro. E, come ha fatto notare lo studioso Esfandyar Batmanghelidj, non è affatto indicatore di un’economia povera. Il problema resta quello della distribuzione della ricchezza”.

Aggiungiamo noi: della distribuzione della ricchezza e delle opportunità di mobilità sociale, che in un Paese come l’Iran appaiono fortemente squilibrate tra i componenti dell’élite urbana e il resto della popolazione, fatto percepito con sofferenza da una popolazione fortemente scolarizzata. Sul futuro della sua economia l’attuale regime politico iraniano fonda il suo futuro: e il fatto che a pagare in prima persona in termini di consensi possa essere un uomo come Rouhani, più aperto dei suoi duri oppositori a riforme economiche che sblocchino l’impasse dannosa per il Paese, è da ritenersi a dir poco grottesco.

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