Ogni qualvolta si vota in Iran, gli occhi del medio oriente e della comunità internazionale si indirizzano verso Teheran per comprendere quale andazzo prenderà la Repubblica islamica negli anni a venire. Le elezioni del prossimo 21 febbraio, non saranno certo come le altre: si tratta infatti della prima chiamata al voto dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani, avvenuta con un raid Usa attuato a Baghdad lo scorso 3 gennaio. Gli elettori iraniani dovranno rinnovare il parlamento e le consultazioni potrebbero rappresentare un doppio test: da un lato, capire l’andamento del paese ad un mese e mezzo dalla morte della figura simbolo della politica iraniana degli ultimi anni, dall’altro verificare la tenuta del sistema politico ad un anno dalle elezioni presidenziali.

Esclusi molti candidati riformisti

Il rischio principale descritto da diversi analisti nelle ultime settimane, è che la morte di Soleimani possa aver ridato molta forza ai conservatori ed ai cosiddetti “falchi” del sistema iraniano. Anche perché la fine tragica ed improvvisa del generale, è arrivata al culmine di un periodo caratterizzato anche dalla fine dell’accordo sul nucleare. Quest’ultimo è sempre stato visto come la punta di diamante della politica del presidente Hassan Rouhani, il quale viene considerato un riformista. Con la firma dell’accordo avvenuta nel 2016, in Iran si era instaurato un clima di grande speranza: fine delle sanzioni e fine delle ristrettezze economiche erano gli elementi che buona parte della popolazione si aspettava dopo quelle intese. Il clima adesso è completamente diverso: il presidente Usa Donald Trump ha stracciato quell’accordo, le sanzioni sono molto più aspre, il governo ha dovuto aumentare il prezzo della benzina per trovare i soldi necessari a dare sovvenzioni ai più poveri e, per l’appunto, il generale simbolo del paese è stato ucciso.

Impossibile quindi non immaginare un’avanzata dei candidati più conservatori, attorno ai quali si è stretto nelle ultime settimane il sostegno di quella fascia della popolazione che avverte la sensazione di essere sotto attacco. Ma già prima di queste elezioni, è possibile rintracciare un Iran più orientato verso i falchi. Infatti, ha destato scalpore la notizia che buona parte dei candidati considerati riformisti è stata esclusa dalla corsa elettorale. Così come scritto su La Stampa, su 627 persone iscritte nelle liste più vicine ai riformisti, solo in 44 sono riusciti ad accedere alla possibilità di candidarsi. Dal parlamento uscente, 90 deputati sono stati esclusi. Segno di come nelle sfere più alte del consiglio dei guardiani l’ala più conservatrice è riuscita a prevalere e ad imporre la propria linea.

Un test in vista delle presidenziali

Con il voto del prossimo 21 febbraio, l’Iran entrerà in una fase politica molto delicata. Nel complesso sistema istituzionale inaugurato dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, il parlamento ha funzione di controllo del governo ed approva anche la scelta dei ministri. Un organo legislativo più conservatore, potrebbe certamente mettere in difficoltà l’attuale presidente Rouhani. Tuttavia, le elezioni parlamentari hanno una valenza più importante in ottica futura: esse infatti rappresentano un testo importante in vista delle presidenziali del 2021. Dodici mesi in cui l’architettura politica dell’Iran potrebbe subire importanti scosse.

Peraltro, il prossimo anno l’attuale presidente non potrà ricandidarsi per via del limite dei due mandati consecutivi. Dunque, in seno al palazzo presidenziale dovrà giocoforza esserci un passaggio di consegne. L’andamento non solo del voto del prossimo 21 febbraio, ma di tutte le dinamiche associate a questa infuocata viglia elettorale, potrebbe essere decisivo per i passi che sia i riformisti che i conservatori effettueranno per presentare i futuri candidati alla carica di presidente. Il braccio di ferro tra falchi e colombe, in poche parole, è iniziato già da oggi.

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