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Gli effetti della crisi fra Iran e Stati Uniti piombano come una scure sull’Italia. Tra Roma e Teheran i rapporti commerciali ma anche quelli politici sono sempre stati solidi. La fine delle sanzioni, scaturita dall’accordo sul programma nucleare iraniano, aveva riaperto le porte del mercato alle aziende italiane. Ossigeno per la nostra industria, da tempo a caccia di consumatori esteri e di grandi commesse. Ma la scelta di Donald Trump di uscire dall’accordo ha messo di nuovo tutto in dubbio. E l’Italia è tra le prime vittime di questo assedio contro Teheran.

Il centro commerciale di Teheran

La storia raccontata oggi da Il Corriere della Sera, è un esempio perfetto di quanto le scelte Usa abbiano inciso sulla nostra imprenditoria. Si parla dell’Iran luxury mall, il mega centro commerciale di Teheran che aprirà i battenti a settembre. La maggior parte dei negozi, però, ha gli scaffali vuoti. Le grandi aziende della moda, del design e della ristorazione, avrebbero dovuto riempire il centro. Ma la guerra commerciale è iniziata: e l’Italia, oltre alla pura di investire in Iran per il blocco economico, subisce ora la ritorsione di Teheran sui prodotti esteri.

Il quotidiano di via Solferino ha contattato l’avvocato milanese Enrico Tarchi, legale di Ali Ansari, titolare con Imcc Group del centro commerciale. “Avevamo avviato i primi 30 milioni di euro di ordini per l’autunno inverno, su 60 messi a budget, e già pagato un terzo della somma come acconto”. Un investimento immediato che entrava nel circuito economo italiano. Ma poi è arrivata la ritorsione del governo iraniano alla decisione degli Stati Uniti. Il 23 giugno, con decreto del ministero del Commercio 60/82567, il governo di Hassan Rohuani ha bloccato le importazioni di 1360 categorie merceologiche. E fra queste, rientrano praticamente tutti i prodotti che avrebbero esportato le aziende italiano in questi negozi.

L’Iran sarebbe un mercato perfetto

Per l’Italia, il problema non è da sottovalutare. La filiera della moda made in Italy, uno dei nostri maggiori indotti, è molto apprezzata dal mercato iraniano. E i grandi marchi avevano aderito subito al progetto del mall della capitale, con già 50 imprese che avevano concordato la vendita e altre 60 in fase di contrattazione. 

Da un punto di vista economico, il mercato iraniano, per le imprese italiane, è un vero e proprio El Dorado. Teheran è piena di giovani che conoscono l’Italia. La quota di cittadini under-30 è enorme: e questo rende molto appetibile la capitale per l’industria italiana della ristorazione, del design ma soprattutto della moda. Sono loro le fette di mercato cui si rivolgono questi settori. 

Claudio Rotti, presidente dell’associazione commercio estero (Aice) e membro del cda di Promos della Camera di Commercio di Milano ha parlato dei giovani iraniani dicendo che “secondo alcune ricerche un quarto di loro è disposto a spendere in un anno, solo per abiti e accessori, fino a 10 mila dollari”. Soldi che, a questo punto, siamo destinati a perdere.

Infrastrutture, petrolio ed export

Ma non c’è il settore del commercio a essere colpito da questa guerra fra Iran e Stati Uniti. L’Italia aveva immediatamente dato il via libera agli investimenti nel Paese degli Ayatollah non appena le sanzioni erano state rimosse. Le grandi industrie, a partire da quella ferroviaria, avevano posto le basi per importanti contratti con i partner iraniani. Tra il 2016 e il 2017,  Ferrovie dello Stato aveva siglato importanti accordi con l’azienda ferroviaria iraniana per miliardi di dollari per la costruzione della linea Qom – Arak e Teheran-Hamedan. Miliardi di dollari che rappresentavano lo sbarco dell’Italia in Iran a scapito di competitori internazionali molto importanti.

Effetti positivi erano stati rilevati anche per il settore energetico. A giugno del 2017, come riporta il sito del ministero degli Esteri,  l’Eni aveva firmato con la “National Iranian Oil Company (Nioc) due Memorandum of Understanding (MoU) per la realizzazione di studi di fattibilità dello sviluppo della fase 3 del giacimento petrolifero di Darquain e di quello gasifero offshore di Kish”. Il cane a sei zampe, una delle nostre più importanti armi diplomatiche nel mondo, aveva quindi già messo piede in Iran.

Settori fondamentali che adesso, con le sanzioni, sono tutti messi in bilico. Prime a pagare il prezzo di queste scelte politiche, le nostre imprese, siano esse piccoli, medie o grandi. Un po’ come avvenuto per le sanzioni alla Russia. Scelte politiche che però hanno un forte impatto sui nostri portafogli e sul futuro del nostro tessuto agricolo, industriale e commerciale. Basti ricordare un dato: dal 2006, l’embargo all’Iran è costato oltre 15 miliardi di euro in mancate esportazioni italiane.

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