Recep Tayyip Erdogan non è mai stato un santo. Anzi: ha usato il conflitto siriano per accrescere la propria sfera d’influenza in Medio Oriente, favorendo i jihadisti di ogni risma e eliminando senza pietà i curdi nel nord della Siria. Ha ricattato l’Ue, minacciando di riempirla di migranti, e ha quasi innescato un conflitto con la Russia quando i piloti turchi, nel novembre del 2015, hanno abbattuto un caccia russo. Erdogan è sempre stato un politico cinico e spietato. Solo che a lungo è stato tollerato da gran parte di quegli Stati che oggi gli rimproverano l’offensiva contro i curdi.

Eppure, l’ultima mossa di Erdogan ha un “merito”: quello di aver svelato tutta l’ipocrisia occidentale sul conflitto siriano. Già, perché coloro che oggi giustamente piangono per il destino dei curdi sono gli stessi che per anni hanno lasciato mano libera al Sultano pur di abbattere Bashar al Assad, giudicato il male assoluto del Medio Oriente.

Nel 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, i governi occidentali spalleggiati dagli Stati del Golfo hanno fatto a gara per finanziare (e in certi casi armare) i gruppi anti Assad. L’Esercito siriano libero, che ora si trova al fianco di Erdogan, è stato infatti tenuto a battesimo da esperti militari di Usa, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita, Qatar e Giordania. E quello che ieri doveva essere uno strumento per abbattere il regime di Assad si rivela oggi uno strumento perfetto nelle mani del Sultano.

I curdi, complice anche la loro ingenuità, hanno prima voltato le spalle a Damasco e poi sono stati usati per combattere contro lo Stato islamico. L’obiettivo di creare uno Stato indipendente è andato in fumo, così come l’appoggio degli Stati Uniti, che ora vogliono uscire da un conflitto iniziato ormai otto anni fa, quando l’ambasciatore Ford camminò su un tappeto di rose nella città di Hama.

Ora i curdi hanno un’unica possibilità: tornare a parlare con Damasco. Con quel regime che hanno vituperato a lungo (a volte non a torto) e che ora potrebbe tornare ad accoglierli, anche se la strada è ancora lunga. Eppure bastava parlare con chi la guerra in Siria la stava vivendo in prima persona per comprendere ciò che sarebbe successo. Nel 2016 intervistai monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi, il quale mi disse, senza mezzi termini: “Loro (i curdi, Ndr) lavorano per gli americani, che li usano per fare la loro politica. Ma poi li abbandoneranno. I curdi non pensano a ciò che accadrà tra un’ora oppure domani. Pensano solamente all’oggi. Non hanno imparato dalla loro storia e dalle persecuzioni degli ottomani”. E così è stato, nonostante nessuno abbia mai voluto ascoltare il saggio arcivescovo. Nessuno. Soprattutto i curdi.

Durante questi otto anni di conflitto, gli Stati occidentali hanno tollerato ogni tipo di barbarie pur di abbattere Assad. Ma ora quella violenza si è diretta contro i curdi, che si trovano così a pagare scelte politiche poco lungimiranti e, soprattutto, che si vedono scippare nuovamente il proprio futuro. Da chi aveva promesso loro di difenderli.

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