Per essere la sorpresa del caucus in Iowa “bisogna organizzarsi giorno per giorno e fare lo sprint solo alla fine”. Cedar Rapids è conosciuta per essere sede dell’aeroporto da cui partono e arrivano migliaia di studenti di Iowa University, ogni anno. Ma è anche la città dove Nate Willems, uno dei più fedeli volontari del candidato Beto O’Rourke, lavora come avvocato e ha aiutato come volontario nella campagna elettorale in Iowa, Stato-chiave da cui prenderà il via la corsa alla nomination il 3 febbraio 2020. Nonostante i suoi sforzi, però, quello sprint finale per Beto non ci sarà.

Venerdì 1 novembre infatti O’Rourke ha annunciato a sorpresa il suo ritiro dalla corsa presidenziale, dopo mesi di sondaggi deludenti (nell’ultimo poll di YouGov per Cbs News era dato a 2% in Iowa) e al termine di una campagna scialba, disfunzionale e riempita di slogan che sul tema delle armi non hanno pagato.

E sì che, fino a non più tardi di qualche mese fa, Beto era considerato l’astro nascente del partito democratico. Texano, fotogenico e ottimo storyteller, progressista ma non socialista, con un programma liberal ma non troppo di sinistra. E la corsa alla Casa Bianca, per il candidato cresciuto a El Paso al confine con il Messico, era partita in pompa magna lo scorso marzo.

Un video su Youtube lanciato in rete con la moglie al suo fianco aveva attratto sei milioni di dollari di donazioni raccolti in poche ore, mentre Vanity Fair aveva dedicato a lui la copertina del numero di marzo, con il titolo “Beto’s choice” e una frase che fece molto discutere: “Sono nato per fare questo”, disse O’Rourke. Cnn, Politico e altre grandi testate americane si erano chieste, nel giorno del suo annuncio e nei mesi precedenti, se Beto potesse essere un “white Obama”, tradotto un “Obama bianco”. Molti pensarono di sì. La realtà dei fatti ha dimostrato il contrario.

“Ci sono tantissimi esempi di candidati che sono andati piano fino a Natale e poi si sono accesi all’ultimo: ero certo lui potesse essere uno di questi, qui in Iowa noi volontari abbiamo lavorato bene”, spiega Nate dal suo ufficio di Cedar Rapids. La campagna di Beto in Iowa, in effetti, è stata una delle meglio strutturate e più dispendiose dello Stato: undici uffici, eventi di volantinaggio a cadenza quotidiana, molto lavoro silenzioso dello staff per la creazione del tessuto porta-a-porta necessario per vincere i caucus.

O’Rourke, fanno notare diversi addetti ai lavori dem, si era personalmente concentrato su Texas e California in questi mesi, stati decisivi per il loro numero di delegati, mentre il suo staff in Iowa gettava le basi per intensificare la campagna qui da dicembre in poi. Ma senza un buon risultato in Iowa, le campagne in Texas, dove ha quasi vinto la corsa per un seggio in Senato nel 2018, e California sono inutili. I fondi sono iniziati a scarseggiare. E i sondaggi lo hanno dimostrato.

“Correre per presidente non è la stessa cosa che correre come senatore in Texas: ciò che è emerso in quella gara ha influenzato la percezione di molti Democratici e dei suoi sostenitori, come me”. Joe Gorton è stato un volontario e donatore di O’Rourke a Waterloo, a nord di Iowa City. Texano di nascita, come Beto, nella sua vita li ha visti passare tutti: da John Kennedy a Robert Kennedy, da Clinton a Obama. “Quando corri contro Cruz, un candidato spigoloso ma che anche molti conservatori non vedono di buon occhio è facile. Quando ti confronti con Sanders, Warren, Biden, Buttigieg e Harris è normale incontrare difficoltà”.

L’accostamento a Obama di Beto, infatti, era nato grazie alla macchina che la sua campagna elettorale riuscì a mettere in piedi in Texas, per le elezioni di Midterm, quando corse per ottenere un seggio in Senato in uno stato storicamente repubblicano e contro un candidato di ferro come Cruz. Fu una campagna elettorale scoppiettante, che Beto perse di poco. Ma l’intero establishment Dem considerò quella sconfitta, in un contesto così conservatore, come una vittoria. E i fedelissimi di Obama furono incoraggiati dallo stesso ex Presidente a spostarsi a El Paso per gettare le basi della campagna presidenziale.

“Visitò tutte le 254 contee dello Stato e i volontari si coordinavano bene con lo staff”, ricordano Willems e Gordon. “Fu questo a convincerci a sostenerlo perché eravamo convinti potesse fare lo stesso, porta a porta, in uno Stato come l’Iowa: era riuscito a colpire con la sua autenticità, vedevi di persona il candidato che trovavi in tv”.

Proprio la tv, però, stavolta è stata nemica di O’Rourke

L’unico sussulto della sua campagna elettorale è arrivato infatti durante il dibattito di settembre a Houston, in Texas. “Dovessi essere presidente, verremo a prendere i vostri fucili AR-15 e i vostri fucili AK-47. Sono armi da guerra e d’assalto e la maggior parte degli americani, anche tra i possessori di armi, concordano”, aveva detto durante il dibattito. Proprio il 3 agosto, nella sua El Paso, si era consumata una delle più gravi tragedie della storia recente in America, sul tema delle armi: in un Walmart Store, 22 persone sono rimaste uccise e altre 24 ferite durante una sparatoria.

La scelta di pronunciare una frase tanto forte, però, in un Paese dove il diritto ad armarsi è sancito dalla Costituzione e dal Secondo Emendamento, non ha pagato. Secondo diverse fonti Dem in Iowa, la decisione nacque dal quartier generale della campagna di El Paso, con il “benestare” dei vertici di Iowa, New Hampshire e California, per far tornare Beto sotto i riflettori. Ma l’effetto è stato un boomerang.

Perché sì, da una parte come dice Gorton, che all’Università di North Iowa insegna criminologia e segue il tema delle armi, “è stato positivo perché ha permesso di cambiare il dibattito pubblico su questo tema, rimettendolo al centro”. Ma dall’altra ha irrigidito una grossa parte dei conservatori Dem, che sul tema lo hanno iniziato a inquadrare come “estremista”. Dire agli americani “verremo a prendere le vostre armi”, è stata vista come una forzatura elettorale, un segno di debolezza dovuto all’esigenza di attirare l’attenzione dopo una partenza lenta nei sondaggi.

Non solo. La scelta di proporre nei giorni successivi a quel dibattito di Houston il “mandatory buyback program”, un programma che costringerebbe con la forza gli americani a restituire le proprie armi messe sotto divieto, non ha aiutato, anche perché candidati più moderati hanno sfruttato l’occasione a proprio vantaggio.

Pete Buttigieg, dato in grande crescita nei sondaggi in Iowa, nel dibattito televisivo di ottobre in Ohio ha vinto uno scambio proprio con O’Rourke sul tema, criticando il “mandatory buyback” e rilanciando un “voluntary buyback program”, che consiste ella restituzione volontaria delle armi. Mentre Kamala Harris, che su questo aveva la stessa posizione di O’Rourke, ha smesso di ostentarla dopo il dibattito di Houston. Entrambi, non a caso, condividono la stessa porzione di elettori a cui Beto ha puntato, fallendo.

“Farsi conoscere in Iowa non è facile, se non sei di qui e credo che esprimersi in modo così forte fosse necessario per prendere posizione”, ha detto a InsideOver Teresa Schneider, una volontaria, durante una serata di raccolta fondi della Johnson County in Iowa City, dove il banchetto di Beto era tra i più piccoli della serata. Schneider ha sostenuto O’Rourke “perché è genuino e diretto e ha tutte le sfumature necessarie: liberal e progressista ma anche realistico”. Ma nonostante questo, la campagna ha fallito.

La forzatura sulle armi è stata la punta di un iceberg molto più profondo e pieno di errori. Il lavoro silenzioso dello staff, a volte, è rimasto fin troppo silenzioso: Beto è stato tra i pochi candidati di punta a non esplorare la piattaforma online di partecipazione Mobilize, ad esempio, dove campagne come Warren, Sanders e Buttigieg condividono aggiornamenti ogni giorno e, non a caso, sono in grande crescita nei sondaggi locali. Lo staff in Iowa è stato sempre molto, troppo cauto anche ad aprirsi con la stampa e i media, creando un secondo effetto boomerang sulla comunicazione delle sue attività quotidiane. Con il budget in esaurimento, O’Rourke si è trovato a decidere se usare i soldi per pagare lo staff o per sponsorizzare spazi pubblicità in televisione. La sua campagna porta-a-porta non è nemmeno potuta partire.

“Ho creduto fino all’ultimo che bussare alle porte delle persone che non conoscessimo e chiamare tutti coloro che potessimo chiamare fosse una soluzione”, dice rammaricato Nate Willems da Cedar Rapids, mentre i caucus di febbraio si avvicinano: “Ora non ho davvero idea di chi sostenere”.

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