È allo Shekinà, un modesto centro pastorale per giovani nel cuore trafficato del Vomero, che ha inizio l’ascesa politica di Roberto Fico. È lì che l’ho incontrato per la prima volta quasi vent’anni fa, in una comunione di disagi che riguardava lui – trentenne un po’ asceta, in sandali francescani, barba da filosofo greco, t-shirt anonima – e noi di un gruppo di street art anticamorra che pendeva dalle labbra di Roberto Saviano. Nessuno immaginava che in quel sottoscala napoletano, con pavimenti in graniglia, frequentato dalla piccola borghesia smarrita nel bipolarismo, si sarebbe formato uno dei volti nazionali del Movimento 5 Stelle, fino a presiedere la Camera dei deputati e poi governare la Campania.
A vederlo allora – sorridente, ottimista, eloquio fluido, sguardo sempre attento – sembrava piuttosto uno dei tanti militanti che popolavano la città fra il 2005 e il 2007, nel periodo in cui la politica italiana provava a reinventarsi soprattutto fuori dai partiti. E il capoluogo campano, orfana di un Pci lì fortissimo e di Bagnoli, con un bassolinismo già in crisi da parecchio, era il laboratorio perfetto.
I meetup prima che esistesse “il Movimento”
La storia personale e politica di Fico comincia lì, ed è impossibile distinguerla dalla vicenda dei meetup: la piattaforma nata per la campagna di Howard Dean nelle primarie democratiche del 2003, poi importata in Italia e fatta conoscere dal blog di Beppe Grillo.
A Napoli il gruppo prese forma nel 2005, e Fico ne diventa subito il volto più riconoscibile. Nei primi anni raccontava di sé come organizzatore della piattaforma, e attorno alla coppia Grillo–Casaleggio il meetup partenopeo diventò uno dei più grandi del Paese. La città viveva già allora la lunga crisi dei rifiuti e del servizio idrico, e la retorica della “politica dal basso” trovava terreno fertilissimo, e in piazza Dante gli attivisti simulavano Consigli comunali improvvisati per coinvolgere i passanti.
In quell’ambiente, per molti versi pionieristico, ci muovevamo anche noi: piccoli gruppi di studenti, artisti, aspiranti militanti che passavano le notti ad attaccare poster con slogan pro-legalità, piuttosto velleitari, con colle fatte in casa, convincendoci di costruire qualcosa di nuovo e non riconducibile alla politica tradizionale. Fu così che un’amica – credo studentessa di Medicina, genitori anche piuttosto importanti – ci mise in contatto con Fico.
Un incontro sul terrazzo
Ricordo con precisione il terrazzo del mio amico d’infanzia Fabrizio, nel centro storico, la luce delle undici di sera e un secchio di colla ancora caldo. Fico arrivò in jeans e camicia, con la calma di chi sa adattarsi a qualunque contesto. Gli offrimmo del succo alla pesca e lui ci parlò soprattutto di rifiuti, del sistema di potere del centrosinistra e delle nuove forme di partecipazione possibili con il Blog. Era un classico grillino ortodosso e anticasta, un bel po’ lontano dall’alleanza con Mastella, Renzi, e Cesaro.
Non avevamo ancora capito che quella naturale determinazione, che a noi sembrava quasi fuori posto, era la cifra del suo carattere politico. Per un po’ cercammo di incrociare i nostri percorsi: noi con il nostro attivismo occasionale e un po’ improvvisato, lui già focalizzato su Roma. Alla fine fu lui a proseguire, mentre noi, semplicemente, smettemmo. La differenza tra volontarismo performativo e carriera politica – lo avremmo compreso dopo – stava tutta i.
La crescita di un leader locale
Nel frattempo il meetup di Napoli cresceva rapidamente. Fico e i suoi si opponevano a qualunque forma di lista civica: un tabù che sarebbe durato fino alla grande rottura del 2011, quando l’assemblea del gruppo voleva appoggiare Luigi de Magistris, ma Grillo e Casaleggio imposero il veto. Quella decisione aprì una frattura: molti attivisti se ne andarono convinti che la “democrazia diretta” fosse un’illusione, mentre Fico si candidò comunque a sindaco con i 5 Stelle. Un cambio di linea improvviso, che già allora mostrava il peso della struttura nazionale sul gruppo napoletano.
A Pomigliano intanto emersero altri attori, soprattutto Luigi Di Maio: i due diventarono presto i poli opposti del movimento campano. Fico incarnava la sensibilità più “di sinistra”, attenta ai beni comuni e agli attivismi sociali; Di Maio quella più centrista e negoziatrice. Ma alle politiche del 2013 fu l’intero Movimento a cavalcare un’onda nazionale: in Campania superò il 23 per cento e inaugurò una lunga stagione di candidature e ricambi interni che allontaneranno molti dei fondatori.
Le contraddizioni del successo
Il 2016, l’anno delle amministrative, fu un punto di svolta: la sindaca di Quarto, Rosa Capuozzo, eletta in un territorio difficile, venne espulsa dal direttorio. Era l’epoca di “onestà, onestà”, ma l’episodio provocò tensioni interne e molte uscite, fra cui quella di Paola Nugnes, storica attivista vicina a Fico.
Il successo del 2018 fu però il vero terremoto politico: in Campania il Movimento superò il 50 per cento. Roberto Fico divenne presidente della Camera, promettendo di calendarizzare la legge sull’acqua pubblica, simbolo delle battaglie dei comitati. La legge si arenò, ed è lì che si spezzò il legame più identitario della sua carriera politica: quello con il mondo dei beni comuni.
Negli stessi anni il rapporto con Vincenzo De Luca – da nemico pubblico – cambiò radicalmente. Dopo anni di opposizione durissima, nel 2020 la strategia nazionale del Conte II impose tregua e collaborazione. Nel 2021 alle comunali i 5 Stelle appoggiarono Gaetano Manfredi, con una coalizione di centrosinistra che incluse liste vicine a De Luca. Per Napoli, dove tutto era iniziato come antagonismo ai partiti, fu l’ennesima trasformazione. Prendeva forma la neutralità tattica.
Una parabola meridionale
La storia politica di Roberto Fico si sovrappone quasi perfettamente a quella del Movimento 5 Stelle nel Mezzogiorno, dunque: una miscela di rabbia civica, pulsioni populiste, richiami alla legalità e al moralismo e improvvisi adattamenti alle convenienze nazionali. È, in un certo senso, l’autobiografia collettiva della rivolta anti-sistema meridionale, la rivolta del concreto contro l’astratto, della quotidianità contro un’idea di politica astratta. È una storia che per molto tempo è sfuggita a buona parte degli osservatori dello spazio pubblico – incluso chi scrive – perché si collocava fuori dai codici tradizionali della “competenza”.
Quella stagione è stata molto caotica e ha avuto costi politici e amministrativi piuttosto evidenti, ma ha svolto una funzione importante nella democrazia italiana: ha provato a ricucire lo strappo tra mondo concreto e astratto ridando speranza, per qualche tempo, a cittadini rimasti inascoltati, contribuendo in parte alla loro legittimazione nello spazio pubblico. Anche per questo, dal tramonto del “primo” M5S – quello più movimentista, identitario e anti-istituzionale dei meetup – è arrivata un’astensione mai così alta, superiore al 50 per cento: un segnale di disillusione, ma anche del fatto che quel canale di sfogo, a un certo punto, si era esaurito.

