Parte con questo articolo la collaborazione di Simona Mangiante, avvocato e giornalista d’inchiesta basata a Los Angeles, con InsiderOver. Simona ci offrirà una prospettiva esclusiva, autentica e approfondita direttamente dagli Stati Uniti e dall’inner circle della nuova amministrazione, arricchendo il nostro sguardo sul panorama internazionale.
C’è l’America raccontata, l’America vissuta e poi c’è l’America raccontata da chi la vive nel cuore pulsante della sua anima politica. Sono Simona Mangiante, avvocato, giornalista d’inchiesta e commentatrice politica. Italiana di nascita, americana d’adozione. Ho attraversato i palazzi del potere, intervistato e ascoltato le voci della politica americana e osservato da vicino le forze che hanno plasmato la storia più recente degli Stati Uniti. L’America che ho conosciuto nei corridoi del potere, negli studi televisivi, attraverso le interviste ai suoi leaders, nelle città in fermento, è molto più di uno stereotipo confezionato dai media europei.
È una nazione sospesa in una battaglia epocale tra decadenza e rinascita. L’America è un’idea prima ancora che una nazione, una promessa di libertà scolpita nella sua storia, nelle sue istituzioni, nel suo tessuto sociale. È la terra della seconda occasione, dove il passato non condanna e il futuro si scrive con ambizione e determinazione. Qui il talento non conosce dinastie, il merito non si eredita ma si conquista, e il successo appartiene a chi sa afferrarlo. È un Paese che celebra il rischio, che premia chi osa e che ha trasformato il sogno individuale in un motore collettivo di progresso.
Oggi, gli Stati Uniti si trovano davanti a una svolta: Il passaggio da Joe Biden a Donald Trump non è solo un cambio di leadership, ma una cesura storica: il tramonto di un’era e l’inizio di una nuova visione dell’America. Per comprendere le radici di questa transizione e’ necessario ripercorre i passi a ritroso di quello che è’ stato un tentativo sistemico di riscrivere il tessuto culturale sociale e politico degli Stati Uniti. Una parabola decadente edulcorata dalla stampa mainstream internazionale come un esempio da emulare. Negli ultimi anni , l’America e’ stata segnata da un liberalismo che fa rima con “transessualismo”, aborti fino all’ultimo trimestre e una cultura woke che imponeva silenzi, censura e colpe collettive.
La bandiera dell’inclusivita’, sventolata come simbolo di progresso, si era trasformata in una clava ideologica per cancellare il dissenso. Il concetto distorto di inclusività non mirava più a garantire uguali opportunità per tutti, ma a creare gerarchie di vittimismo, dove i diritti di pochi prevalevano sulle libertà di molti. La cancel culture è stata l’arma preferita di questo nuovo “ordine morale”. Intere carriere distrutte da un “tweet”, libri censurati, statue abbattute come in un’epurazione culturale degna dei peggiori regimi totalitari. Chi osava mettere in discussione la narrativa ufficiale veniva ostracizzato, tacciato di razzismo, sessismo o omofobia. Le università, un tempo luoghi di dibattito e pensiero critico, tramutate in fucine di intolleranza sotto la maschera dell’inclusività.
Nelle scuole, l’indottrinamento ideologico aveva preso il posto dell’istruzione; Programmi che promuovevano l’ideologia di genere fin dalle elementari, mentre la storia veniva riscritta per adattarsi ai dogmi del progressismo. Le “drag queen” nelle aule, l’ossessione per i pronomi, l’educazione sessuale sempre più spinta: tutto concorreva a distruggere l’innocenza dei più piccoli in nome di una falsa libertà.
Il Mueller Report e la farsa del Russia Hoax
Per anni, la narrativa della collusione tra Trump e Mosca è stata utilizzata per legittimare una caccia alle streghe senza precedenti. George Papadopoulos, Roger Stone, Michael Flynn: nomi che sono diventati simboli di un sistema goiudiziario usato come manganello politico. La giustizia che punisce i suoi eroi è stato il tratto distintivo dell’amministrazione “democratica”. Rudy Giuliani, l’America’s Mayor che ha guidato New York nei giorni più bui della sua storia, è diventato bersaglio di un accanimento giudiziario senza precedenti, colpevole solo di aver difeso la trasparenza elettorale e denunciato la corruzione ai massimi livelli. Lo stesso trattamento è stato riservato a figure come Steve Bannon, perseguitato per la sua battaglia contro il deep state, e il Presidente stesso, che ha dovuto affrontare procedimenti orchestrati con il chiaro intento di escluderlo dalla scena politica. E poi è arrivato Donald J. Trump. Non come restauratore di un passato ideale, ma come artefice di una rivoluzione pragmatica, che ha spazzato via la polvere dell’ipocrisia. La sua entrata in scena è stata uno schiaffo all’establishment, uno choc per l’élite internazionale.
La vittoria elettorale di Donald Trump segna il rifiuto popolare di un sistema che ha trascorso quattro anni a reprimere il dissenso, censurare le voci contrarie e finanziare guerre senza una chiara strategia. La nuova amministrazione, a distanza di poco più di un mese dall’ insediamento , ha già dimostrato che questa non è solo una restaurazione, ma una vera e propria rivoluzione americana, guidata da decisioni concrete che stanno riscrivendo l’agenda politica, economica e geopolitica degli Stati Uniti. I primi ordini esecutivi del nuovo Presidente Donald J. Trump, hanno avuto la forza di un terremoto. Basta con i confini aperti: il muro al confine con il Messico è tornato a crescere, come una linea di difesa non solo fisica ma anche morale. Basta con le guerre per procura finanziate senza controllo: la sospensione degli aiuti illimitati all’Ucraina ha spezzato l’incantesimo di una narrativa semplificata e ingannevole. Basta con le cannucce di carta, simbolo dell’ipocrisia verde che non salva il pianeta ma soffoca l’economia.
Questo non è un ritorno al passato: è un nuovo inizio. Ma la rivoluzione di Trump va oltre. L’America First, che spesso viene confusa con il più ampio movimento MAGA, è la vera dottrina che sta ridefinendo l’ordine economico e geopolitico del Paese. Se MAGA ha mobilitato milioni di americani sotto un’identità patriottica, America First è il principio concreto su cui si basa la nuova strategia della Casa Bianca. Donald Trump, da imprenditore prima ancora che da politico, misura la sua rivoluzione in risultati concreti: rilancio della produzione di energia fossile, taglio delle tasse per le piccole imprese e riforma delle agenzie federali per limitarne l’ingerenza. In economia, questo significa un ritorno alla produzione nazionale, con misure che premiano il Made in USA e penalizzano le aziende che delocalizzano per sfruttare manodopera a basso costo. Le tariffe introdotte da Trump non sono “detrattori”, ma incentivi: un messaggio chiaro alle imprese che vogliono prosperare sotto la sua amministrazione. La politica commerciale non è più una questione di compromessi multilaterali, ma uno strumento di potere che premia l’eccellenza americana e scoraggia la dipendenza da economie straniere, in particolare da Cina e Unione Europea.
Il ruolo di Elon Musk
Un ruolo cruciale lo gioca Elon Musk, capo di X (ex Twitter) e figura chiave nella strategia comunicativa di Trump. Con l’acquisizione di Twitter, Musk ha abbattuto il monopolio progressista sulla libertà di espressione, restituendo ai conservatori una piattaforma fondamentale. La sua leadership ha segnato la fine della censura sistematica sui social media, reintegrando profili banditi, incluso quello di Trump. Inoltre, la nomina di Musk a capo del Dipartimento di Efficienza Governativa (DOGE) è una mossa strategica per ottimizzare la burocrazia federale e tagliare gli sprechi. Musk, con il suo approccio pragmatico, sta guidando iniziative per snellire le procedure governative, ridurre i costi e aumentare la trasparenza. La sua opposizione alle politiche woke e il suo sostegno alla meritocrazia si allineano perfettamente con la visione di Trump, consolidando un fronte comune contro l’ideologia progressista.
La revoca delle politiche DEI (Diversity, Equity & Inclusion) nelle istituzioni federali è solo l’inizio di una rivoluzione culturale. Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha avviato una revisione dei rapporti commerciali con la Cina, imponendo nuovi dazi per proteggere le industrie strategiche americane e ridurre la dipendenza dalle catene di fornitura globalizzate. Musk, attraverso Tesla e SpaceX, dimostra come l’eccellenza tecnologica americana possa prosperare con politiche protezionistiche intelligenti. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è solo un cambio di governo, ma un cambio di paradigma. Trump non punta a ripristinare l’America pre-2020, ma a costruirne una nuova: sovrana, forte e libera dai dogmi globalisti.
La visione di Trump non si ferma ai confini degli Stati Uniti. La sua rielezione ha rafforzato un asse conservatore globale che unisce leader come Javier Milei, Viktor Orbán e Giorgia Meloni. Con Milei, l’Argentina ha abbracciato un modello economico liberista radicale, spezzando le catene del socialismo che hanno affossato il Paese per decenni. Con Orbán, l’Ungheria continua a essere il bastione della sovranità nazionale in un’Europa sempre più dominata dalla burocrazia di Bruxelles. Con Meloni, l’Italia sta ridefinendo il ruolo della destra europea, dimostrando che il conservatorismo può essere una forza di governo stabile e pragmatica.
La dottrina America First
America First è la strategia politica della casa bianca per riportare lavoro, dignità e sicurezza a una nazione tradita. Ogni ordine esecutivo firmato da Trump è una promessa mantenuta, un pezzo di sovranità restituita a un popolo che si era quasi rassegnato a perderla.
Tulsi Gabbard e Robert F. Kennedy Jr. sono tra protagonisti di questa rivoluzione. La prima, ex democratica, ha messo in discussione il complesso militare-industriale, ribellandosi a una politica estera fatta di guerre infinite. Il secondo, erede di una dinastia politica ma ribelle per vocazione, ha sfidato Big Pharma e le agenzie sanitarie federali, denunciando la corruzione che avvelena il sistema sanitario americano. Le loro battaglie sono diventate le battaglie di Trump, in un’alleanza che ha il sapore dell’imprevisto e dell’inevitabile.
L’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky del 28 febbraio 2025 è stato il culmine di questa visione pragmatica e implacabile. Trump non si è piegato alle cerimonie ipocrite, non ha concesso nulla alla retorica dell’“invaso contro l’invasore”. Ha chiesto trasparenza, risultati, strategie. Ha ricordato all’Europa che gli americani non devono pagare per una guerra per procura. Le domande scomode sui fondi inviati, sulla corruzione dilagante in Ucraina, sugli accordi di Minsk disattesi sono rimaste senza risposta, rivelando tutta la fragilità di una leadership europea priva di coraggio e visione. La posizione sulla guerra in Ucraina è chiara: fine degli aiuti illimitati, trasparenza sugli investimenti e coinvolgimento diretto degli alleati europei. La reazione scomposta della leadership europea non sorprende. Chi ha basato la propria retorica sull’emergenza permanente teme chiunque metta in discussione la gestione opaca delle risorse pubbliche. La vera domanda non è se Trump abbia ragione, ma quanto tempo ci vorrà prima che anche l’Europa sia costretta a riconoscerlo.
L’FBI, che sotto la vecchia amministrazione e’ stato accusato di portare avanti investigazioni politicamente motivate , è ora sotto la guida di Kash Patel, simbolo della resistenza al lawfare. Patel mira a riportare l’agenzia al suo vero ruolo: proteggere gli americani, non attaccare i dissidenti politici. È finita l’era del politicamente corretto, è cominciata l’era del politicamente effettivo. In meno di un mese, Trump ha dimostrato che la politica non è fatta di slogan, ma di azioni concrete, e che l’America non deve scusarsi per essere “BIG”. Il cambiamento è in atto. E questa volta, è una vera e propria rivoluzione.
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