Investimenti e diplomazia 2.0: il blitz digitale della Cina in Africa

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Da un lato abbiamo un continente dalle potenzialità enormi, che vuole spiccare il volo e riscattare una storia coloniale che ancora pesa sul presente. Dall’altro troviamo invece un Paese-continente che lavora per consolidare il proprio status di potenza globale e, al tempo stesso, spinge per una decisa trasformazione dell’ordine internazionale, considerato un’appendice della volontà occidentale. Almeno a giudicare dai rispettivi obiettivi, Africa e Cina non potrebbero essere attori più complementari.

Non è un caso che Pechino abbia dirottato nella regione investimenti dal valore di decine e decine di miliardi di dollari – sulla scia del mastodontico progetto della Nuova Via della Seta – in cambio della possibilità di ottenere una corsia preferenziale nello sfruttamento delle risorse locali, espandere l’influenza in un’area in via di sviluppo e rafforzare rapporti diplomatici da spendere in sedi internazionali.

È facile, dunque, capire perché molti governi africani non considerino la presenza cinese una minaccia, quanto piuttosto un’occasione da sfruttare al meglio. Il gigante asiatico presta denaro senza imporre condizioni ideologiche o valoriali (170 miliardi di dollari complessivi dal 2000 al 2022), costruisce infrastrutture necessarie che, di fatto, migliorano la quotidianità delle povere popolazioni locali e rifornisce i mercati della regione con prodotti made in China altrimenti off limits per la stragrande maggioranza degli africani.

Lo sviluppo digitale dell’Africa passa dalla Cina

Con l’Occidente che ha ignorato o quasi l’Africa per troppi anni, ecco che il continente è finito nelle mani di Cina, Russia, Turchia, mentre altri attori come India, Giappone, Corea del Sud e Brasile sono in lizza per conquistare spazio di manovra. Pechino, in particolare, si muove in scioltezza in tutta la regione e ha stretto molteplici accordi strategici. La Nuova Via della Seta, del resto, ha consentito un piccolo ma rilevante upgrade per i Paesi africani, in passato privi della seppur minima dorsale infrastrutturale per auspicare una qualsiasi forma di sviluppo digitale.

Come ha evidenziato lo studio Africa’s roads to digital development: paving the way for Chinese structural power in the ICT sector?, pubblicato sulla Review of International Political Economy, almeno 38 Paesi africani hanno lavorato a stretto contatto con le aziende cinesi per migliorare la propria rete nazionale in tema di fibra ottica, infrastrutture dei data center e know-how tecnologico.

Basti pensare che nel 2023 solo l’83% della popolazione dell’Africa subsahariana era coperta almeno da una rete mobile 3G, e che, nello stesso anno, meno della metà della popolazione africana poteva contare su un abbonamento attivo alla banda larga mobile, in ritardo rispetto agli Stati arabi (75%) e alla regione Asia-Pacifico (88%). Ebbene, la Cina può essere la chiave di volta per consentire all’intero continente di fare un passo (digitale) in avanti.

Rischi e opportunità

Il mercato globale delle infrastrutture delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è controllato da una manciata di produttori. I principali fornitori di cavi in fibra ottica, un componente di rete che consente l’uso di Internet ad alta velocità, sono ad esempio le cinesi Huawei e ZTE, e la svedese Ericsson. I governi africani hanno però difficoltà nell’inserirsi in tali dinamiche infrastrutturali. Ecco allora il salvagente lanciato da Pechino. Un salvagente costituito da un “pacchetto completo”.

Già, perché i leader dell’Africa scelgono spesso fornitori cinesi poiché gli appaltatori del Dragone offrono soluzioni a pacchetto completo che includono anche finanziamenti. Nell’ambito del cosiddetto schema EPC+F (Engineer, Procure, Construct + Fund/Finance), aziende cinesi come le citate Huawei e ZTE supervisionano l’ingegneria, l’approvvigionamento e la costruzione, mentre le banche cinesi forniscono i finanziamenti sostenuti dallo Stato. Giusto per fare un esempio, Angola, Uganda e Zambia sono solo alcuni dei Paesi che hanno beneficiato di un simile accordo con la Cina.

Se la Cina, nell’ambito della sua strategia go-global, è ben lieta di incoraggiare le proprie aziende a investire e operare all’estero, cercando di stabilire e promuovere standard, principi ideologici e norme digitali cinesi, l’Africa è altrettanto felice dei progressi tecnici conseguiti. C’è però un rischio non da poco sul quale dovrebbero riflettere i governi del continente: quello di restare intrappolati in una dipendenza tecnologica (e non solo quella) con la Repubblica Popolare Cinese. Al momento un simile rischio sembra però essere più una preoccupazione degli analisti occidentali che non dei diretti interessati: i leader africani.