Israele e Marocco hanno annunciato, dopo un vertice trilaterale a New York con gli Usa, l’elevazione delle rispettive missioni diplomatiche a vere e proprie ambasciate. La decisione, a sei anni da quegli Accordi di Abramo che avevano portato all’apertura di uffici di collegamento tra Rabat e Tel Aviv, rappresenta un punto di disgelo dopo il raffreddamento dei rapporti post 7 ottobre. Se nel 2020, infatti, i rapporti fra i due Paesi stavano andando verso la normalizzazione, mediata anche in quell’occasione dagli Usa, il massacro dei palestinesi da parte di Israele aveva messo sotto pressione il palazzo reale marocchino, costretto a confrontarsi con l’opinione pubblica e con i partiti politici che chiedevano a gran voce l’interruzione della normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Nonostante la crisi nei rapporti e la sospensione dei voli diretti, il Marocco non ha mai rotto formalmente le relazioni né chiuso la propria missione a Tel Aviv, limitandosi a rallentare il ritmo degli incontri e delle visite.
L’annuncio da New York
L’intesa è stata raggiunta mercoledì 16 settembre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, a New York, in un trilaterale che ha riunito il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, l’omologo marocchino Nasser Bourita e l’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump. Secondo il comunicato del ministero degli Esteri israeliano, le tre parti hanno riaffermato l’impegno a rafforzare relazioni bilaterali elevando le missioni diplomatiche al rango di ambasciate.
Le delegazioni si sono impegnate a chiudere entro la fine del 2026 gli accordi di protezione reciproca degli investimenti, ad ampliare i collegamenti aerei diretti tra i due Paesi e a organizzare visite di alto livello nei prossimi mesi. Sul tavolo anche una più ampia cooperazione negli ambiti di commercio, finanza, tecnologia, turismo, risorse idriche, agricoltura, energia e sicurezza alimentare. Sa’ar ha parlato di un’amicizia tra i popoli marocchino ed ebraico che ha “radici profonde e una storia ricca”, definendo l’intesa un modo concreto per rafforzare i legami nell’interesse di entrambi i popoli.
Il Sahara Occidentale
Un elemento chiave degli Accordi di Abramo del 2020 era stato il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, una questione centrale per Rabat. Il prezzo del riavvicinamento tra Israele e Marocco era stato pagato dal popolo saharawi, che vedeva così negate le sue aspirazioni di indipendenza.
L’accordo del 16 settembre rimette al centro la questione dell’ex colonia spagnola rivendicata oggi dal Fronte Polisario e dall’Algeria. Israele e Usa hanno ribadito la loro posizione a favore del piano di autonomia marocchino, proposto da Rabat nel 2007, come base di partenza per risolvere la disputa. Il piano prevede vasta autonomia per il territorio, ma sotto sovranità marocchina, in opposizione alla richiesta di indipendenza del Fronte Polisario. La risoluzione 2797 dell’Onu ha dato forza alle posizioni del Marocco. Quaranta paesi hanno rilasciato una dichiarazione all’Onu a sostegno della “piena e completa sovranità” del Marocco sul Sahara.
In questo contesto, con Mike Waltz alla regia della diplomazia americana all’Onu, Rabat offre normalizzazione e sicurezza in cambio del riconoscimento internazionale della propria sovranità sul Sahara Occidentale. Ma resta la profonda spaccatura tra Muhammad VI, le scelte di palazzo e il sentimento di piazza, acuito dagli orrori di Gaza.