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“Una tragedia immane. Un vile attentato”. Commenta così Daniele Lazzeri – presidente del think tank “Il Nodo di Gordio”, un centro studi internazionale di geopolitica, economia e politica estera – l’attacco che ha portato alla morte Darya Dugina. “L’assassinio della figlia del filosofo russo Aleksandr Dugin, mi ha molto colpito. E non solo per aver avuto modo di conoscere in più occasioni il professor Dugin, ma per la brutale modalità di esecuzione. Troppi sono ancora, infatti, i dubbi e le incertezze sulle dinamiche dell’attentato. Ho letto in queste ore le tesi più disparate: dalla ritorsione dell’intelligence ucraina per le sue posizioni espresse negli ultimi anni, al regolamento di conti interno all’establishment di Mosca perché i Dugin iniziavano ad essere dei personaggi scomodi, fino alla vendetta religiosa per la loro appartenenza fideistica ai Vecchi Credenti, ortodossi tra gli ortodossi. Per quanto mi è dato di comprendere, non tralascerei l’ipotesi della pista dei servizi segreti occidentali viste anche le modalità utilizzate nell’attentato che mal si sposano con la lunga tradizione degli assassini politici dall’Unione Sovietica in poi”.

Ma chi è esattamente Dugin?

Sulla sua controversa figura e sul ruolo che ricopre, non solo in Russia ma anche in molti Stati europei, si può discutere a lungo. A partire dalla definizione che spesso gli viene affibbiata quale “Rasputin di Putin”, anche se lo stesso Dugin smentisce di essere un influente suggeritore del Cremlino. La folta e lunga barba, unita ad una profonda conoscenza delle dottrine mistiche non sono sufficienti per trasformare un filosofo – con un pensiero a tratti bizzarro – in un sulfureo consigliere dello Zar Vladimir.

Quindi la sua vicinanza a Putin è solo un bluff?

È vero che le sue teorie per la rinascita del pensiero eurasista hanno influenzato numerosi circuiti culturali e politici con una fascinazione proveniente da ambienti tra loro molto diversi. Dal mondo della destra tradizionalista europea, ai circoli legati alle esperienze nazional-comuniste fino ai nazionalisti russi. Ma il professor Dugin è tutt’altro che un nazionalista russo nostalgico della grandeur di quell’Unione Sovietica che lo aveva additato come un pericoloso dissidente.

Ma allora qual è il Dugin-pensiero?

Il suo ragionamento vola ben oltre, rilanciando l’idea di un grande spazio eurasiatico composto da più popoli, lingue e tradizioni religiose. “Una Civiltà – scrive Dugin – non ha confini delimitati come uno Stato, perché è un’entità vivente”. Una visione neo-imperiale che nulla ha a che spartire con la logica imperialista di stampo anglo-americano. Né con la deriva del liberalismo che, per Dugin, rappresenta il “male assoluto” e contro la quale invoca da decenni un’autentica crociata da parte dei popoli che desiderano ritornare davvero alla libertà in un’ottica multipolare. Un Eurasia – quella prefigurata da Dugin – che è la congiunzione tra il bosco e la steppa. E cioè tra il mondo della Siberia russa e il bosco che appartiene al centro Europa, alla Germania. L’Italia è una macchia mediterranea. Da qui si capisce che l’Italia in questo c’entra ben poco. Questo in estrema sintesi è il pensiero di Alexsandr Dugin espresso in decine di volumi e centinaia di conferenze ed interviste, alcune delle quali realizzate personalmente con “Il Nodo di Gordio”. Anche se la sua figura è stata prepotentemente riscoperta dai media mainstream per le sue posizioni intransigenti sulla Crimea e sul Donbass.

Lei conosce personalmente Dugin. Cosa si ricorda dei vostri incontri?

Lo ricordo molto contrariato a luglio del 2014 durante il nostro workshop annuale perché – a suo dire – il presidente Putin non era stato sufficientemente decisionista nei confronti dei ripetuti attacchi dell’Ucraina nelle aree indipendentiste di Donetsk e Lugansk, prevedendo già allora che proprio il traccheggiare del Cremlino avrebbe determinato un conflitto russo-ucraino di ben più vasta portata e su larga scala del quale avrebbero approfittato Washington e le potenze occidentali a tutto danno dell’Europa. Un’Europa che, appiattita su un timoroso filo-atlantismo e attraverso il meccanismo delle sanzioni, alla lunga avrebbe finito per subire un effetto boomerang per l’economia e le relazioni internazionali di Bruxelles. Ed in effetti, a distanza di otto anni, così è stato. Profezie da Rasputin…

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