Intelligence Usa, si dimette anche Tulsi Gabbard: ora i guerrafondai non hanno più ostacoli

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L’amministrazione Trump perde Tulsi Gabbard. La direttrice dell’intelligence nazionale ha rassegnato le dimissioni per motivi familiari: «Mio marito, Abraham, ha ricevuto una diagnosi di una forma estremamente rara di cancro alle ossa», ha scritto l’ex democratica diventata fedelissima del tycoon. «Devo allontanarmi dal servizio pubblico per stargli accanto». Una motivazione tanto nobile quanto, per chi segue da settimane le convulsioni dell’amministrazione Trump, politicamente sospetta. Non nel senso che si voglia mettere in dubbio la gravità della malattia del signor Williams, marito della Gabbard – nessuno oserebbe tanto – ma perché le dimissioni arrivano al culmine di settimane di voci insistenti su un suo possibile addio, legato a una divergenza di fondo con la linea della Casa Bianca: la guerra all’Iran.

L’addio (annunciato) di Gabbard

Solo due settimane fa, secondo un alto funzionario dell’amministrazione, Gabbard negava qualsiasi intenzione di lasciare. Venerdì, invece, eccola nello Studio Ovale a consegnare la lettera a Trump. Un dietrofront che, da solo, basterebbe ad alimentare i sospetti. Il presidente, dal canto, ha accolto con favore le dimissioni di Gabbard: «Suo marito ha una rara forma di cancro alle ossa e lei, giustamente, vuole stargli accanto», ha scritto su Truth Social, annunciando che Aaron Lukas, attuale vicedirettore, prenderà il suo posto ad interim. «Ha fatto un lavoro incredibile – ha aggiunto Trump – e ci mancherà».

Ora i neocon non hanno più ostacoli

Ma il punto è che Gabbard non è la prima voce critica verso l’intervento militare in Iran ad abbandonare la nave. A marzo, Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center e stretto alleato della Gabbard, aveva già rassegnato le dimissioni. Il suo torto? Essersi opposto apertamente alla guerra che Trump ha scatenato contro Teheran a febbraio. Kent, ex candidato repubblicano al Congresso, era stato uno dei primi a sostenere la svolta anti-interventista della Gabbard all’interno dell’amministrazione. Un’ala che ora, con l’uscita di scena di entrambi, risulta decapitata a favore di quella neoconservatrice incarnata dal Segretario di Stato, Marco Rubio.

Poi c’è il caso di Amaryllis Fox Kennedy, nuora del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., che secondo il Washington Post lascerà anche lei. Anche nel suo caso, fonti anonime parlano di un «disaccordo con il coinvolgimento militare di Trump in Iran». La Kennedy, ex ufficiale sotto copertura della Cia, avrebbe scritto in una email ai colleghi di voler tornare nel settore privato per dedicarsi alla famiglia. Ma anche qui, come per Gabbard, la versione ufficiale non convince tutti.


Il punto è che l’amministrazione Trump, nel suo secondo mandato, ha intrapreso una linea estera che molti, anche all’interno del suo stesso schieramento e della base Maga, giudicano troppo bellicosa. Un ritorno al neoconservatorismo dell’era Bush/Cheney.La guerra contro Teheran, insieme all’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, hanno creato fratture profonde. Per non parlare poi della vicenda degli Epstein Files. Gabbard, che prima di entrare in carica era stata una voce critica contro l’interventismo statunitense in Ucraina e in Medio Oriente, si è trovata sempre più ai margini. La vera influenza sulla sicurezza nazionale, sussurrano a Washington, è quella del direttore della CIA John Ratcliffe, molto più allineato con la linea dura del presidente.

Isolata e messa ai margini da Trump

Come ricorda Politico, Tulsi Gabbard è stata subito messa ai margini dal presidente Usa. Non ha avuto un ruolo di primo piano nelle tre principali operazioni militari lanciate da Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca. Non era con Trump a Mar-a-Lago quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran alla fine di febbraio, e non ha partecipato ai primi briefing al Congresso sulla decisione di colpire. Quando l’amministrazione Trump ha lanciato un raid militare a sorpresa per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro all’inizio di gennaio, lei si trovava nel suo Stato natale, le Hawaii . E non era a Camp David quando Trump ha deciso di bombardare tre siti nucleari iraniani la scorsa estate. Insomma, parliamoci chiaro: non ha mai contato nulla.

Quello di queste ore, dunque, questioni familiari a parte, era un addio ampiamente annunciato e previsto. Era solo questione di tempo. A riprova che del Donald Trump anti-interventista o «isolazionista» (tra mille virgolette) della campagna elettorale, non è rimasto nulla.

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