È il secondo Paese islamico per consistenza demografica dopo l’Indonesia. Quasi il 97% dei suoi circa 220 milioni di abitanti è musulmano, mentre i fedeli delle altre religioni, discriminati soprattutto nei villaggi più interni, è costituito da appena il 3.6% del totale. Il Pakistan, che alla lettera significa “terra dei puri”, è questo e molto altro. Si trova nel cuore dell’Asia, una regione da qualche anno finita al centro delle principali contese geopolitiche ed economiche. La sua posizione lo rende un perfetto Stato di frontiera ma, al contempo, le molteplici tensioni interne lo rendono uno Stato perennemente sull’orlo di una crisi sociale, politica, economica e militare permanente. Il governo pakistano, guidato dall’agosto 2018 dal premier Imran Khan, è il primo Paese musulmano a poter vantare il rango di potenza atomica. Se durante la Guerra Fredda il Pakistan collaborò a più riprese con l’Occidente in chiave antisovietica e, qualche anno più tardi, rappresentò un punto chiave della strategia americana inerente al mondo arabo e islamico, in seguito all’ascesa della Cina, Islamabad fu considerato una sorta di baluardo per limitare la penetrazione comunista in Asia centrale.

Il Pakistan contemporaneo si trova interessato dall’ampio e significativo cambiamento di prospettive della geopolitica internazionale che sta avvenendo negli ultimi anni: lo spostamento del baricentro politico-economico globale dall’area euro-atlantica alla macroregione indopacifica, infatti, rappresenta una realtà di fatto oramai assodata. Basti pensare, ad esempio, che la sola area marittima oggetto di importanti contenziosi internazionali del Mar Cinese Meridionale è oggetto, ogni anno, di un traffico di merci e materie prime dal valore complessivo di 5.300 miliardi di dollari.

L’estensione delle prospettive geopolitiche di grandi potenze in rapida ascesa desiderose di espandere la loro influenza sullo scenario internazionale, India e Cina in primis, ha portato l’area indopacifica ad essere interessata da importanti dinamiche e oggetto delle ambizioni strategiche di diversi governi, nelle quali sono coinvolti anche importanti attori regionali come lo stesso Pakistan. Il governo di Islamabad guarda con attenzione anche all’evoluzione degli scenari dell’Asia Centrale: a quindici anni dall’intervento statunitense in Afghanistan, infatti, la situazione nel Paese è tuttora confusa e incerta, mentre al tempo stesso l’accresciuta importanza dell’heartland centroasiatico, dovuta soprattutto alla salda intesa venutasi a creare tra Russia e Cina, ha portato allo sviluppo di nuove dinamiche ad ampio raggio che sarà interessante monitorare.

Oggigiorno, dunque, il Pakistan si trova a ricoprire, tanto per effetto dei suoi precisi obiettivi in campo internazionale quanto in conseguenza dello sviluppo della geopolitica globale, un ruolo più attivo, più dinamico e più esteso rispetto al passato. Che porta all’emersione anche diverse criticità strutturali in uno Stato che si rivela sostanzialmente fragile.

Tra Stati Uniti e Cina

All’indomani dell’11 settembre e della rilevanza assunta dal terrorismo islamico, che trovò in Pakistan un terreno fertilissimo, il governo locale, temendo l’isolamento internazionale, partecipò alla guerra contro Al Qaeda e i Talebani. A quel punto lo scenario iniziò gradualmente a mutare. Gli Stati Uniti, pur conoscendo la rilevanza geopolitica della nazione pakistana, avevano messo in conto la spada di Damocle rappresentata dall’instabilità etnico-istituzionale interna, accanto all’avanzata di movimenti islamici sempre più radicali e all’ambigua vicinanza tra alcuni apparati dello Stato e i suddetti Talebani. Considerate le repentine oscillazioni riservate dal Pakistsan alla controparte americana, e data l’occasione d’oro di stringere accordi con un Paese instabile ma geopoliticamente rilevante, la Cina ha gradualmente piantato le sue radici in loco puntando sul jolly della Belt and Road Initiative.

L’interesse di Pechino nel fare affari con Islamabad è altissimo. C’è infatti in ballo un progetto che consentirebbe al Dragone di ottenere un vitale sbocco sul Mar Arabico mediante il porto pakistano di Gwadar. Stiamo parlando del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), che dovrebbe costare circa 62 miliardi di dollari e, una volta concluso, migliorare lo scambio commerciale nella nazione asiatica e sviluppare moderne infrastrutture sul suolo pakistano.

Al contempo il CPEC per Islamabad rappresenterebbe un potenziale game-changer. Il Pakistan, infatti, ha sempre conosciuto un fondamentale vulnus rivelatosi a lungo pregiudizievole per lo sviluppo della sua geopolitica: l’instabilità dei confini, la rivalità con l’India e le turbolenze dell’Afghanistan, infatti, hanno compresso per decenni gli spazi operativi del Paese che, come visto, ha cercato di ricavarsi uno spazio d’azione in diversi modi, puntando ora sul panislamismo per cercare una sintonia con l’Arabia Saudita e gli alleati (a partire dal governo di Zulifkar Ali Bhutto) ora sulla convergenza con gli Stati Uniti, mai trasformatasi definitivamente in un trattato di alleanza rafforzato da una completa fiducia reciproca. Il Pakistan, in pratica, non è mai riuscito ad ottenere l’integrazione in un sistema di relazioni internazionali stabile, vivendo la sua politica estera come la proiezione delle dialettiche interne al Paese e vedendo a più riprese le sue azioni internazionali subordinate agli obiettivi di acquisizione di prestigio e rafforzamento del potere propri della sua élite politico-militare.

La Nuova via della seta, una volta a regime, consentirebbe al Pakistan di raggiungere l’obiettivo strategico di connettersi ai mercati dell’Asia Centrale in una fase decisiva per l’integrazione dell’heartland, un tempo teatro del “Grande Gioco” nel grande progetto economico-politico euroasiatico patrocinato da Pechino. Tale obiettivo, inoltre, sarebbe ottenibile bypassando l’Afghanistan, che divide il Pakistan dal Tajikistan, e la sua acquisizione potrebbe di conseguenza spingere Kabul, che negli ultimi anni ha trovato un modus vivendi molto instabile con Islamabad, a inserirsi nell’orbita dell’asse geopolitico sino-pakistano per evitare un pericoloso isolamento, a sua volta spezzabile sul fronte dei collegamenti marittimi attraverso il terminal di Gwadar oggetto dell’interessamento cinese.

Tensioni e fragilità interne

Il Pakistan è quindi un attore geopoliticamente e strategicamente rilevante, tanto per gli Stati Uniti (nella lotta contro il terrorismo islamico) che per la Cina (BRI e commercio). Eppure, tutte le potenzialità del Pakistan rischiano di evaporare come neve al sole di fronte alle ataviche fratture interne. Da un punto di vista economico è importante sottolineare le due anime del Paese: quella Sindh e quella Punjab, decisamente più ricca. Dopo di che dobbiamo menzionare la fragilità delle istituzioni politiche che, nonostante l’amministrazione Khan, danno la sensazione di essere più che traballanti. Non a caso, in passato, non sono mancate insurrezioni militari, come quella perpetuata nel 1999 dal generale Pervez Musharraf. Arriviamo poi alla terza frattura interna del Pakistan, probabilmente la più importante: quella etnico-religiosa.

Il Pakistan si trova infatti perennemente a rischio di una vera e propria implosione in termini di coesione statuale e solidità sociale a causa dell’eterogeneità della sua composizione etnica, delle disuguaglianze sociali e della presenza di frange di radicalismo che il potere ha a lungo tollerato, se non incentivato, facendole espandere. Come spesso succede in altri Paesi simili al Pakistan, l’estremismo nasce dallo sradicamento sociale prima ancora che dalle faglie etnico-religiose: l’estremismo islamista, che più volte ha prodotto attentati sanguinosi nel Paese, è figlio della carenza di prospettive di chi si sente escluso dal blocco sociale di un Paese che prosegue lentamente sulla strada dello sviluppo.

Le opportunità e le fragilità del sistema economico-sociale

La sfida economico-sociale sarà vitale per rilanciare il Pakistan. Nel 2016, il PIL pro capite del Paese ammontava a soli 1.428 dollari, classificandolo al 147° posto nella graduatoria mondiale, ma al tempo stesso le statistiche rilevavano un deciso decremento dei tassi di povertà verificatosi nel quindicennio precedente: i dati della Banca Mondiale attestano infatti come la percentuale di cittadini pakistani che vivono sotto la soglia di povertà sia scesa dal 64,3% del 2002 al 29,5%.

Dati significativi ma che attestano un netto miglioramento. Ciò, in correlazione con il deciso incremento demografico, testimonia come a partire dai primi anni del XXI secolo, nonostante tutte le palesi carenze del suo sistema economico e politico, il Pakistan abbia posto le basi per debellare una delle più radicate cause del sottosviluppo, ovvero l’endemicità della povertà. Nei fatti, gli investimenti del governo di Islamabad in misure contro la povertà, nell’ultimo quadriennio, pari a 16,7 miliardi di dollari, hanno prodotto risultati, per quanto divergenti tra aree diverse.

Il professore della Columbia University di New York S. Akbar Zaidi ha segnalato come nell’ultimo ventennio si sia sorprendentemente formata e consolidata una classe media produttiva e consumatrice, che lo studioso ha quantificato nel 38% degli abitanti del Pakistan, non discostandosi molto dall’analisi compiuta da Macro Economic Insights, un’impresa di Islamabad che nel 2013 ha quantificato in 80 milioni di persone (pari al 40% circa del totale della popolazione pakistana, un valore equivalente all’intera popolazione tedesca) il numero di componenti della classe media nazionale.

I progressi sul fronte della lotta alla povertà e le sfide da affrontare per conseguire una crescita distribuita in maniera egualitaria dovranno essere vagliati, nei prossimi anni, alla luce della prospettata espansione del mercato del lavoro dovuta alla crescente pressione demografica: nei prossimi anni, infatti, il Pakistan si troverà di fronte a una dilatazione non indifferente di una forza lavoro che, allo stato attuale delle cose, risulta la nona per dimensione a livello mondiale.

La sfida educazionale risulterà ulteriormente importante alla luce di questo elemento e, soprattutto, il Pakistan dovrà saper far fronte a numerose, impellenti questioni concernenti l’incasellamento delle proprie potenzialità economiche in un sistema attivo e funzionante. Anche per questo l’evoluzione del ruolo geopolitico del Paese e l’interessamento cinese hanno destato tanta attenzione in Pakistan. Paese in perenne equilibrio sul filo sottile che separa stabilità e caos, progresso e declino. Un crocevia perenne, come è ed è sempre stato per la decisiva regione del mondo in cui si trova.

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