Rassicurare il mondo intero e bloccare ogni possibile effetto domino. Sono questi i due obiettivi principali della leadership cinese, chiamata in queste settimane a maneggiare almeno tre dossier scottanti che, più che compromettere il fronte interno, minacciano di alterare l’immagine del Paese agli occhi della comunità internazionale. Un’onta che Pechino non ha alcuna intenzione di ripetere dopo la stagione della pandemia di Covid-19, quando l’allora amministrazione statunitense guidata da Donald Trump accusò il governo cinese di aver mentito sulle origini dell’emergenza sanitaria, se non di aver causato il tutto dopo una presunta fuoriuscita del virus dal famigerato laboratorio di Wuhan.

Il rischio del triplo contagio

Ipotesi, indiscrezioni, voci di corridoio usate come mannaie geopolitiche che tornano a far capolino sul Dragone, alle prese da un paio di settimane con un misterioso aumento dei contagi, rilevato per lo più a Pechino e nelle sue province settentrionali. Sui social network hanno iniziato a circolare video di ospedali presi d’assalto da pazienti affetti da malattie respiratori, e subito c’è chi ha rivisto gli incubi di Sars-CoV-2.

Nel frattempo, in ambito economico, il settore immobiliare continua ad essere sotto pressione. Dalla crisi che ha travolto Evergrande, la società di sviluppo immobiliare più importante del Paese, altri colossi del real estate sono finiti nel tritacarne, per ultimo Country Garden. Ancor più di recente, l’insolvenza di Zhongzhi Enterprise Group, una delle più grandi banche ombra cinesi – la stessa che nel corso degli anni ha prestato svariati miliardi alle società immobiliari – ha fatto capire che il terremoto delle case potrebbe (il condizionale è d’obbligo) contagiare il settore finanziario.

Infine la politica estera: nel braccio di ferro a distanza tra Stati Uniti e Cina, molte delle nazioni asiatiche – dal Giappone alle Filippine – hanno scelto di rafforzare i loro rapporti diplomatici con gli Usa, contagiate dalla paura che la Repubblica popolare cinese possa compromettere i loro interessi nazionali.

Le contromosse di Pechino

Per quanto riguarda il contagio sanitario, la Cina ha escluso l’azione di un nuovo virus, parlando invece di una sovrapposizione di agenti patogeni comuni, come l’influenza. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha presentato una richiesta ufficiale al governo cinese per avere informazioni dettagliate sull’aumento delle malattie respiratorie, in primis sui focolai di polmonite nei bambini.

Dai dati ricevuti è emerso l’aumento dei ricoveri ospedalieri ma anche la rassicurazione che il picco non avrebbe sovraccaricato le strutture sanitarie nazionali. “Stiamo monitorando la situazione in Cina e, ancora una volta, abbiamo riscontrato un aumento complessivo delle infezioni respiratorie acute dovuto a una serie di diversi agenti patogeni, inclusa l’influenza, che è in aumento. La polmonite da Mycoplasma è aumentata negli ultimi due mesi e ora sembra essere leggermente in declino”, ha quindi dichiarato Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica per la pandemia di Covid dell’Oms. “Stiamo collaborando con le nostre reti cliniche e con i medici che lavorano in Cina per comprendere meglio la resistenza agli antibiotici, che è un problema in tutto il mondo”, ha aggiunto. Problema risolto, o almeno congelato.

Paradossalmente più complesse le situazioni relative ad economia e geopolitica. Zhongzhi, che ha una notevole esposizione nel real estate cinese, si è scusata con i suoi investitori in una lettera mettendo nero su bianco passività totali comprese tra 420 miliardi di yuan (58 miliardi di dollari) e 460 miliardi di yuan (64 miliardi). Intanto, le autorità cinesi hanno affermato che stanno indagando su “sospetti crimini illegali” contro l’azienda, pochi giorni dopo che la stessa società aveva dichiarato di essere, appunto, insolvente. Il collegamento tra il settore immobiliare e quello bancario potrebbe insomma far risuonare ulteriori campanelli d’allarme.

Sul testa a testa con gli Stati Uniti in Asia, invece, la Cina ha messo nel mirino l’Asean. Per rispondere ai patti stretti da Washington con vari attori della regione, Pechino ha iniziato a puntare in maniera evidente con i Paesi del sud-est asiatico. Il motivo è semplice: evitare che possano essere attratti, uno dietro l’altro, da ipotetiche promesse statunitensi.