Continua a fare vittime la violenza riesplosa all’inizio di dicembre nella provincia indonesiana di Papua. Le ultime, un morto e diversi feriti, sono avvenute l’8 gennaio scorso durante scontri che sono scoppiati tra manifestanti locali e polizia governativa.

L’isola della Nuova Guinea è divisa politicamente tra lo stato indipendente di Papua Nuova Guinea, che è attribuito all’Oceania e la Nuova Guinea Occidentale asiatica, amministrata dall’Indonesia, che a sua volta si divide nella provincia di Papua e nella provincia autonoma di Papua Occidentale (Irian Jaya Barat). L’annessione della Guinea Occidentale all’Indonesia è avvenuta nel 1969 con un controverso referendum. Da allora è in corso un’insurrezione per l’indipendenza portata avanti, principalmente, dal gruppo armato Free Papua Movement (Opm).

Migliaia le persone rimaste uccise

Dal 1977 le truppe speciali dell’esercito di Giacarta hanno ucciso migliaia di ribelli dell’Opm. E le misure repressive contro la popolazione indigena, in particolar modo contro gli Amungme – abitanti degli altipiani centro-meridionali dell’isola dove sono concentrate gran parte delle le risorse naturali – sono state molto dure. Secondo alcune stime, fino ad oggi, sarebbero state uccise più di 100 mila persone, l’equivalente del dieci per cento dell’intera popolazione etnica.

Una zona ricca di risorse naturali

Al centro del conflitto, come sempre, ci sono grandi interessi economici. Papua è ricca di risorse: la Grasberg Mine è la prima miniera al mondo per le riserve d’oro e la terza per il rame, con un profitto stimabile in ben quattro miliardi di dollari l’anno. La proprietaria è la compagnia Freeport-McMoRan, un gigante minerario made in Usa. Ma non solo. Quasi tutte le risorse sono in mano a imprenditori indonesiani che poi appaltano gli impianti di estrazione alle multinazionali del settore. E gli enormi progetti di sviluppo annunciati dal governo, spesso con l’intento di togliere terreno alla guerriglia, incrementano le conflittualità nella regione. Non a caso le tribù locali ed i loro leader hanno più volte presentato denunce contro Giacarta per l’eccessivo sfruttamento dei lori territori. 

Oltre alle risorse, che fanno gola al governo e alle grandi società, c’è anche una differenza etnica, culturale e religiosa ad acuire il conflitto. Al contrario dell’Indonesia, infatti, quasi completamente musulmana, la maggioranza della popolazione di queste zone è di fede cristiana.

“Vogliamo l’indipendenza non lo sviluppo”

L’ultimo grande attacco risale all’inizio di dicembre, quando 31 persone sono rimaste uccise sotto il fuoco dei ribelli. I militanti dell’Opm hanno assaltato i cantieri della grande strada trans-papuana che dovrebbe collegare la città di Sorong a ovest, con Merauke a est, correndo per più di 4mila chilometri e collegando le due province. Si tratta del più sanguinoso episodio di violenza avvenuto da decenni.

Il presidente indonesiano Joko Widodo, condannando le “barbariche uccisioni” e istituendo una task-force di oltre 150 uomini, ha chiesto alle forze di sicurezza di arrestare immediatamente i responsabili. “I progetti della strada sono attuati dai militari governativi e quello che è successo è un rischio che dovevano calcolare”, ha dichiarato ai giornali locali Sebby Sambom, leader della guerriglia indipendentista. “Ciò di cui abbiamo bisogno – ha poi aggiunto – non è lo sviluppo, ma l’indipendenza”.